lunedì 12 marzo 2018

Luna park. Do you want a cracker?

Un momento dello spettacolo.
https://www.leviedelfool.com/
Potremmo decidere, per una volta, di stare al gioco e lasciare che uno strano personaggio ci accompagni in un curioso viaggio notturno, dalla tangenziale est di Roma allo spazio intergalattico, in cerca di Dio, e caso mai incontrare un alieno, qualcuno che magari possa finalmente fornire delle risposte adatte a dare un senso al quel convulso andirivieni tra un posto e l'altro, da una meta a quella successiva, che chiamiamo “vita”. Potremmo farlo davvero in qualche modo, se ci capitasse di assistere a "Luna park. Do you want a cracker?", uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Simone Perinelli, presentato lo scorso 1 marzo a Salerno dalla compagnia Leviedelfool di Viterbo al S. Apollonia Space di Salerno, nell'ambito della rassegna teatrale Out of bounds curata da Licia Amarante e Antonella Valitutti.
Una specie di idiot savant, capace di ricordare una grande quantità di nozioni delle quali tuttavia non sembra poter comprendere a pieno il significato, si lascia trasportare e trascina con sé gli ascoltatori in un flusso di parole intercalato da tic verbali e motori. Ogni inceppamento del suo discorso sgangherato e ridondante può comportare un salto in un altro mondo, ogni parola può essere una chiave per entrarvi e passare per esempio dall'uscita per Viale Etiopia all'Etiopia, una delle terre sulle quali si è fantasticato per molti secoli e che, nell'immaginazione del nostro personaggio, sarebbe il posto dal quale si può osservare la maggiore quantità possibile di stelle, ma, grazie a un immaginario cannocchiale potentissimo, anche il futuro e persino Dio. Ma come fare, se l'Etiopia resta un posto lontano e in città si vedono più stelle stampate sui biscotti che in cielo e l'orizzonte coincide con i viadotti della tangenziale? Basta deviare il solito percorso e un rettilineo apparentemente interminabile diventa una corsia preferenziale per proiettarsi nel cosmo e passarlo al setaccio. Sembra che tutti siano alla ricerca di Dio con ogni mezzo: tutti cercano un segno che ne confermi l'esistenza e persino l'autovelox risponde allo scopo segreto di fotografarlo mentre passa sulla tangenziale. Ciononostante Dio non si trova. C'è solo un uomo accanto a dei mulini a vento, sulla faccia nascosta della Luna, un posto dove il vento manca. Dov'è la follia, in colui che in quei mulini vede dei giganti da combattere o piuttosto nella loro assurda collocazione? Di sicuro il senno perduto non è finito lassù: c'è finita la follia stessa, emarginata da una società schizofrenica, che cerca il divino o attende almeno un messaggio di speranza da un altrove indefinito e intanto si perde in una corsa sfrenata verso un progresso infinito, mentre intere civiltà nascono e muoiono, nuove invenzioni ne soppiantano altre e tutto sembra muoversi secondo un ossessivo "su e giù", come sulle montagne russe, come le auto che sfrecciano sulla tangenziale.

Un momento dello spettacolo.
https://www.leviedelfool.com/
In assenza di Dio, inesistente o latitante, ci si sente autorizzati a "creare le cose": l'umanità si è lanciata nel vortice delle invenzioni, imitata dal nostro personaggio, che realizza o semplicemente evoca il suo piccolo mondo coi gesti, proprio come farebbe un bambino o un attore. Ecco quindi apparire la Lola: un cane a cui vengono attribuite credenze e aspirazioni, un improbabile Sancho Panza, che a volte però sembra quasi più visionario del suo stralunato padrone. Un Don Chisciotte metropolitano, che si imbatte continuamente in avventure e sfide ingigantite dalla sua imperfetta comprensione della realtà, e ,come il suo omologo letterario, vive episodi paradossali o situazioni ridicole, fino all'agognato incontro con un alieno. È il momento delle domande che non avevano mai trovato risposta, anche se, per rompere il ghiaccio, non si trova di meglio che offrire uno snack in uno stentato inglese. Che ne è stato di Dio? È forse scappato per lo spavento, dopo il big bang, e se ne sta a guardare il mondo da lontano, a osservare coloro che agiscono, come qualcuno che se ne stia affacciato sulla tangenziale? Coloro che agiscono, dal canto loro, non sono forse tutti in preda a qualche mania, che induce ognuno a lanciarsi contro i propri mulini a vento? E infine chi è, veramente, questo alieno? Forse è semplicemente qualcuno con cui poter parlare: l'altro, lo sconosciuto, lo spettatore.


domenica 4 marzo 2018

Echi di Café Chantant

Carmen di Marzo - Rosy D'Altavilla
L'epoca d'oro della canzone napoletana e la tradizione dei café chantant rivivono in “Rosy D’Altavilla. L’amore oltre il tempo”, uno spettacolo scritto e diretto da Paolo Vanacore, interpretato magistralmente da una poliedrica Carmen di Marzo, che, grazie alla rassegna Out of Bounds, curata da Licia Amarante e Antonella Valitutti, giunta alla quarta edizione, è stato riproposto con successo al pubblico salernitano.
Al centro della vicenda rappresentata c'è Rosetta, impiegata come bidella in una scuola di Napoli; una donna sola di umile condizione, che custodisce gelosamente il ricordo dettagliato di una vita precedente: uno strano segreto che, se rivelato, potrebbe procurarle un grande imbarazzo o addirittura dei guai. L'amore tuttavia apre tutte le porte. A Rosetta basta notare un alunno che cerca continuamente di allontanarsi dall'aula per incontrare una ragazzina che diserta le lezioni con pretesti analoghi, per aprire l'armadio dei ricordi della sua vita anteriore e confidarsi col ragazzo. Nessun altro è in scena. Farci immaginare, quasi avvertire la presenza dello studentello è un compito interamente affidato alla bravura e alla naturalezza dell'attrice. L'accenno al proposito di fare la serenata alla ragazzina rivela le doti canore della bidella, che ormai non può più trattenersi dal cantare e confessare il suo segreto, quasi per giustificare il talento riposto in una persona comune, anonima, da lei ritenuto evidentemente ancor più improbabile.
Una ricerca condotta da Alessandro Panatteri, autore e esecutore delle musiche originali, ha permesso il recupero di canzoni di un secolo fa, le quali, pur avendo riscosso grande successo all'epoca e pur possedendo la stessa qualità di altre composizioni tuttora note e continuamente eseguite con invariato riscontro, sono scomparse innanzitutto dalla memoria collettiva, sopravvivendo soltanto attraverso qualche vecchio spartito ingiallito. A partire da queste composizioni, tredici per l'esattezza, cantate ottimamente dal vivo dalla stessa Carmen di Marzo, accompagnata al pianoforte da Panatteri e al flauto da Fabio Angelo Colajanni, si dipana la storia di Rosy D'Altavilla, la chanteuse che visse due volte. Smessi i panni di Rosetta, sostituiti rapidamente a scena aperta da quelli di una diva della canzone sul finire della belle époque, è la stessa protagonista, che si racconta. Una giovinetta di più di cent'anni fa, anche lei di umili origini, rivela le sue doti canore grazie all'abitudine di cantare spontaneamente, spinta dalla gioia di vivere e, più tardi, anche dall'amore per Alfonso. Notata da una coppia di impresari del café chantant, si ritrova all'improvviso sulla ribalta in uno degli affollatissimi locali che a Napoli si giovarono della fortuna di questo genere di spettacolo. Mettendo da parte la paura e la preoccupazione per l'eventuale disapprovazione dell'amato, lei affronta il pubblico e, seguendo il destino di tanti “dilettanti allo sbaraglio”, che ebbero in tal modo l'occasione di cambiare la loro vita, avvia una carriera ricca di successi e proiettata anche sulla scena internazionale, proprio mentre la guerra infuria e le porta via il suo Alfonso. Sfumata la speranza del ritorno dell'amato, che non dimenticherà mai, Rosy prosegue la sua parabola artistica e umana. Con l'ultima canzone, quel bel mondo rutilante svanisce insieme a Rosy, che, tornata a essere la semplice Rosetta, si avvia verso la rivelazione che ricollega le due vite in un epilogo amaro.


Teorie violente aprioristiche temporali e territoriali


T vatt vuol dire “ti picchio”. Tre attori in scena. Due immobili, lo sguardo fisso e feroce, e l'altro, che sembra dominare il palco misurandolo con passo pesante, scandito dal rumore degli zoccoli, mentre una voce registrata, dal tono rilassato, quasi ipnotico, spiega ripetutamente a qualche interlocutore i dettagli di una progettata spedizione punitiva con pestaggio finale. Poi finalmente si ferma davanti al microfono: “'O spettacolo è chisto: stamm mez'ora ie e vuje a sentere sta cosa!”. La tiritera continua. Fatto alzare uno spettatore, lo fa salire sul palco. “Stamm n'ora ie e chisto a sentere sta cosa!” A un altro chiede di mimare una sfida e un pestaggio in playback e poi, a entrambi, di mimare una rissa, doppiata e sonorizzata allo stesso modo. L'effetto è esilarante. Fare a botte per strada non è da tutti.


Anche l'ostentazione di atteggiamenti, un po' forzati, da maschio dominante, finisce per risultare talmente grottesco da strappare qualche risata, così come gli improbabili allenamenti degli aspiranti picchiatori contro inermi ma tenaci angurie. L'importante è entrare però nel meccanismo della violenza gratuita, non osservarlo come semplici spettatori. Intimare qualcuno a caso a andarsene oppure piazzarglisi davanti con aria minacciosa: anche questi piccoli esempi di sopraffazione risultano funzionali all'esposizione delle Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali (TVATT appunto) in una modalità che, per quanto possibile, risulti più efficace in quanto corroborata dall'esperienza diretta, quasi come se fosse un test. Monologhi narranti, con vividezza di particolari, episodi crudi, spesso ingiustificati: soppressioni di cuccioli, provocazioni, risse, regolamenti di conti, violenza privata; rumori di percosse, urla, combattimenti da strada mimati, favolette immorali; persino la proiezione di una breve docufiction sul passato di un immaginario gruppo di teppisti coi suoi rituali paradigmatici. Sono questi gli elementi mediante i quali si sviscera la fenomenologia della scazzottata, la filosofia della “capata in bocca”, l'estetica del morso in faccia.


Prendendo le mosse da “East” e “West” di Steven Berkoff, andati in scena tra gli anni settanta e ottanta, Luigi Morra, ideatore e regista dello spettacolo (che potreste vedere qui), del quale è anche interprete con Pasquale Passaretti e Eduardo Ricciardelli, ne riprende i temi legati al contesto giovanile dei sobborghi dell’East End Londinese, trasferendoli nella provincia campana, ma riuscendo a ottenere un tale grado di astrazione e destrutturazione degli accadimenti e delle esperienze che vengono rappresentati, da renderli universali. D'altronde, in contesti lontani da quello campano o meridionale, l'eventuale difficoltà di comprensione del linguaggio risulterebbe comunque funzionale al senso di prevaricazione che costituisce lo sfondo drammaturgico di questo lavoro. Si tratta di un teatro che si muove lungo un confine, in quanto si propone di indagare il lato oscuro delle relazioni umane attraverso la codifica di un'aggressività in vario modo sperimentata da tutti; non certo per celebrarla, ma piuttosto per consentire di elaborarla e allontanarsene, come già in Berkoff, sottolineandone certi aspetti grotteschi o sublimandone la dinamica mediante la performance mimica. A Licia Amarante e Antonella Valitutti va il merito di averlo presentato al pubblico salernitano, alcune sere fa, nell'ambito della rassegna “Out of Bounds”, quarta edizione.

giovedì 1 marzo 2018

La litania diabolica di Chiromantica

https://vimeo.com/240157143 from https://vimeo.com/teatrocivico14 on https://vimeo.com/.

Un dramma corale della solitudine prende vita in "Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori", uno spettacolo di e con Roberto Solofria e Sergio Del Prete, basato sulla felice fusione dei testi di quattro autori contemporanei, attivi a Napoli soprattutto negli anni Ottanta del Novecento, fautori di un linguaggio innovativo e dirompente rispetto alla tradizione rappresentata da Viviani, De Filippo e altri. Nella loro interpretazione così intensa, che il pubblico salernitano ha avuto modo di apprezzare, lo scorso 15 febbraio, presso lo Spazio Santa Apollonia, nell'ambito dell'attuale edizione della rassegna teatrale Out of Bounds, curata da Licia Amarante e Antonella Valitutti, i due attori danno vita a figure legate al mondo dei travestiti, messi ai margini di una società pur sempre imperniata su una contrapposizione rigorosamente dualistica dei sessi e costretti a sopravvivere ricavandosi un ruolo motivato proprio da ciò che quel dualismo contraddice e viene confinato nell'ombra, nella clandestinità. Tutta l'azione si svolge dentro e intorno a una gabbia che si fa metafora dell'emarginazione dei personaggi e dell'impossibilità di uscire dalla loro condizione.


https://vimeo.com/158906868 from teatrocivico14 on Vimeo.

Prigionieri volontari di una casa o di un angolo di strada, da cui si allontanano a malincuore, nella vana speranza che il miraggio di una vita diversa, felice, si realizzi in quel luogo, anche solo attraverso una telefonata attesa fino a farne il fulcro della propria quotidianità. Su quel mondo tormentato, evocato dagli aspri versi di Enzo Moscato, scanditi a ogni intervallo come una litania diabolica, potenziata dalle musiche originali Paky Di Maio, si aprono finestre sulle vite di Marlene Dietrich, Rosalinda Sprint, Jennifer, Gina, Tuna, Bolero e Grand Hotel, i personaggi creati, insieme allo stesso Moscato, da Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Silvestri, sebbene, in quest'ultimo caso, sia stato necessario un piccolo adattamento, in quanto nell'opera originale, “Streghe da marciapiede”, si tratta di donne che, esercitando la prostituzione, si ritrovano comunque immerse in un contesto abbastanza simile a quello dei travestiti.

https://vimeo.com/158474634 from https://vimeo.com/teatrocivico14 on https://vimeo.com/.

I personaggi sembrano prendere forma passando da una sorta di stadio primordiale, animalesco: i due attori, rannicchiati a torso nudo nella gabbia, si insaponano compulsivamente la faccia e si radono, fino a rivelare dei volti che ostentano un pesante, eccessivo trucco femminile. Come creature favolose messe in mostra in un baraccone, i due sgusciano dalla gabbia per inscenare scampoli di vite che li vedono ora fronteggiare le difficoltà della loro condizione, come la diffidenza o l'ostilità del vicinato o l'abbandono da parte di amanti vanamente minacciati di essere smascherati, ora trasportati dal sogno della normalità, di una vita di coppia stabile, incoraggiata dai consigli di figure esperte, trasfigurate ironicamente in un'aura di santità, oppure soltanto sognata, magari intravista attraverso improbabili pratiche divinatorie in un fondo di bicchiere. In quest'ultimo caso incorrendo in comici intoppi che alludono all'incapacità di evadere che azzoppa perfino la fantasia e riconduce inesorabilmente alla gabbia, nella posizione iniziale.

giovedì 13 aprile 2017

Il Coro Polifonico Casella a Rouen per il Festival "L'Inedit" 2017

Sabato 8 e domenica 9 aprile il Coro Polifonico Casella di Salerno è stato ospite del Festival “L'Inedit” a Rouen, dedicato alla musica sacra contemporanea. Dopo essersi esibito sabato sera nella Cattedrale con altre due formazioni, il danese Syddansk UniversitetsKammerkor e il Choeur de Chambre Maîtrise Saint-Evode, il coro della cattedrale le cui origini risalgono al XIV secolo, ha curato con gli stessi Cori riuniti la veste musicale della Messa Solenne delle Palme, celebrata nella Cattedrale, e nel pomeriggio di domenica ha avuto l'onore di concludere il Festival tenendo un applauditissimo concerto nella splendida Salle des Etats, presso la Sede arcivescovile.
La manifestazione, che si è aperta venerdì sera nella Salle des Etats con l'esibizione del Syddansk Universitets Kammerkor, diretto dal Maestro Søren Flebo Jørgensen, è giunta alla nona edizione, e quest'anno ha proposto un ideale viaggio musicale attraverso la Scandinavia, focalizzando l'attenzione su alcuni autori norvegesi. Il programma del concerto dei cori riuniti in Cattedrale, diretti dal Maestro Loïe Barrois, prevedeva infatti l'esecuzione di composizioni di Ola Gjeilo, Knut Nystedt e Henning Sommerro, che ha preso parte alla manifestazione quale ospite d'onore.
Di Ola Gjeilo (nato nel 1978) sono stati eseguiti “The Ground” e “UbiCaritas”, mentre Knut Nystedt (1915-2014) è stato ricordato attraverso tre brani, “Peace I Leave With You”, “Immortal Bach” e “I will praise Thee, O Lord”.
La seconda parte del concerto, interamente dedicata a Henning Sommerro (n. nel 1952) e introdotta da lui stesso, comprendeva “Laudamus Te”, “Ioannes”(parte II) e l'”Ave Maria” tratta da “Three Gregorian reflexions”. Con l'accompagnamento dell'organo sono stati poi eseguiti: l'“Ingressus solemnis Regis Olavi”, scritto nel 2014 in occasione del millenario del battesimo di Sant'Olav, sovrano della Norvegia e martire della Chiesa cattolica, che si tenne proprio a Rouen come ricordato da una lapide e da una reliquia collocate nella Cattedrale, “Grace mercy and peace”, uno spiritual commissionato da una comunità statunitense, “Et Misericordia eius”, una composizione caratterizzata da una coinvolgente vena melodica, e infine un vivace “Alleluia”.
Sommerro, noto soprattutto come autore di musiche per il teatro e per il cinema, insegna al conservatorio di Tøndelag. Più volte insignito di riconoscimenti accademici, ha sviluppato un linguaggio originale e attraente, meritando in tal modo il consenso di un pubblico sempre più ampio.
Con l'esecuzione di tre “Ave Maria”, rispettivamente di G. Aquilanti (nato nel 1959), R. Padoin (n. nel 1954) e dell'argentino C.E. Matta, si è aperto il concerto del Coro Polifonico Casella, diretto dal Maestro Caterina Squillace. A seguire, l'eterea “Regina coelorum” di M. Ferretti (n. nel 1974), “O magnum mysterium” di C.A. Carrillo e “Alma redemptoris mater” di O. Dipiazza (n. nel 1929). Due brevi composizioni di F. Moruja (n. nel 1960), “O bone Jesu” e “Lux aeterna”, in rapida sequenza, hanno avvolto la sala gremita in un'atmosfera molto suggestiva, dopodiché è stata la volta di “O Jesu dolce” e “Già mi trovai di maggio” (sui versi del Boiardo), entrambe di B. Bettinelli (1913-2004). Dopo un omaggio alla Scandinavia affidato a “Across the bridge of hope” dello svedese J. Sandstrom (n. nel 1954), un inno alla pace e alla fratellanza fra i popoli, il tema della Passione di Cristo è stato evocato attraverso “Vinea mea” di L.Donati (n. nel 1972), lo stesso autore che ha musicato “L’ora di Barga” di Giovanni Pascoli, la cui esecuzione si è valsa in questa occasione della partecipazione, in qualità di solista, del tenore Fabrice Leonet, dell'EnsembleVocal Cepheus. Per finire, due composizioni dello spagnolo E. Solé, venezuelano d'adozione: “Nocturno de la ventana” (testo di Federico Garcia Lorca) e una ninna nanna, “Canción azul de cuna”.
La standing ovation di un pubblico numeroso e entusiasta e la reiterata richiesta di bis hanno attestato il notevole apprezzamento dell'esibizione della formazione salernitana.

Aristide Fiore

venerdì 11 dicembre 2015

Il Coro Casella illumina le festività natalizie

di Aristide Fiore

[Pubblicato su Le Cronache, 10 dicembre 2015, p. 31.]
Il Coro Polifonico Casella al Teatro Novelli
di Rimini dopo la premiazione

(foto di Carlo Muzzillo).
Dopo la partecipazione al Concorso corale internazionale Città di Rimini, in occasione del quale si è classificato al terzo posto nella categoria "Cori misti", il Coro Polifonico Casella di Salerno torna a esibirsi sabato alle 20.00 nella propria città, presso la chiesa della Madonna del Carmine. L'organico diretto dal M. Caterina Squillace annovera, tra i soprani, Giovanna Annunziato, Concetta Blandino, Maria Brucale, Patrizia De Mascellis, Mena Iacobelli, Daniela Natella, e tra i contralti Luisa De Ferrante, Daniela Delvecchio, Anna Maria Gammaldi, Rossana Graziano, Anna Maria Muzzillo, Anna Pellegrino. Tra le voci maschili i tenori Michele Buonocore, Vincenzo Caroniti, Vincenzo Nicastro e i bassi Antonello Amato, Damiano Durante, Aristide Fiore, Riccardo Gammaldi, Piero Sacco, Eugenio Vicinanza.
La parte iniziale del concerto è dedicata alla musica sacra. Si comincia con due composizioni contemporanee. All'Ave Maria di Giancarlo Aquilanti (2000), un canto a cappella dalla tessitura armonica vivida e ricca apre la strada alla suggestiva atmosfera dell'Ave Maria, in latino, di Roberto Padoin. Segue il Salve Regina di Antonio Lotti, un autore del XVII secolo, la cui opera è considerata come parte della transizione fra la musica barocca e quella classica.
Con Le chant des oyseaux di Clément Janequin (ca 1485-1558), in cui le voci riproducono i versi degli uccelli in un bosco mediante un complesso intreccio di suoni onomatopeici, si passa alla polifonia rinascimentale, dopodiché si ritorna al repertorio contemporaneo, ma gradualmente, attraverso l'incontro delle sonorità di Claude Debussy (1862-1918) con la poesia tardo medievale in Dieu! Qu'il la fait bon regarder, adattamento corale di una delle Tre canzoni di Carlo di Valois, duca d'Orleans (1394-1465), nella quale si loda la bellezza di una donna. Il rovescio della medaglia, ovvero la vanità delle seduzioni del mondo, è invece il tema di Daemon irrepit callidus (1997) del rumeno Giyorgy Orban, un canto goliardico a cappella dal ritmo incalzante. La contemplazione della natura e il sollievo che ne deriva è il tema de L'Ora di Barga (1999) di Lorenzo Donati, che ha musicato l'omonima poesia compresa nei Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli.
La seconda parte del programma prevede un'immersione nel clima natalizio, introdotta da Regina coelorum di Marco Ferretti, un'eterea composizione contemporanea che privilegia i timbri più chiari.
Seguono due canti che celebrano il mistero dell'incarnazione del Verbo e rievocano la nascita di Gesù: Pastores dicite, un mottetto natalizio dello spagnolo Cristóbal de Morales (ca 1500-1553), rappresentativo della polifonia sacra spagnola del Cinquecento, strettamente legata a quella romana della stessa epoca, e O magnum mysterium (2000) di César Alejandro Carrillo. Il messaggio evangelico è rappresentato dal mottetto If Ye love me di Thomas Tallis (ca 1505-1585), basato sul testo di Giovanni, capitolo 14, versetti 15-17: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, e Lui vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità...".
Infine, tre canti tradizionali del mondo anglosassone: God rest You merry, Gentlmen, nella versione corale di David Willcocks, Ding Dong! Merrily on high - testo di George Ratcliffe Woodward (1848-1934) e musica di Charles Wood (1866-1926) -, e Ring Christmas bells di Mykola Leontovich (1877-1921).

venerdì 27 giugno 2014

Il Coro Casella incontra la città


Il Coro Casella col suo direttore.
di Aristide Fiore

[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 27 giugno 2014, p. 8.]
Prima di intraprendere una tournée in Normandia per partecipare al festival internazionale "Voix et Chemins", il Coro polifonico Casella, diretto dal Maestro Caterina Squillace, saluterà la città esibendosi alle 20:00 di domani sera nella Chiesa di Santa Lucia de Giudaica.
L'ensemble salernitano, il cui repertorio comprende la musica polifonica a cappella dal '500 ai compositori contemporanei, è nato nel 1984 e ha intrapreso fin dall'inizio una intensa attività artistica, che annovera la partecipazione a concorsi nazionali e internazionali quali la XIX edizione del Concorso Internazionale di Canto Corale “Praga Cantat” (Praga, 2005), in occasione della quale ha ottenuto la Medaglia d’oro. Il suo impegno nella divulgazione e diffusione della musica si esplicita nella promozione di stages e importanti eventi, come la collaborazione con la “Nuova Orchestra Scarlatti” di Napoli per la manifestazione “TuttinCoro”, tenutasi nel 2006 presso l’Auditorium della RAI di Napoli. Dal 1994 organizza, con cadenza biennale, la Rassegna Internazionale di Cori Polifonici "Cantare Amantis Est", che è caratterizzata dalla ricca varietà di generi musicali, dalla musica polifonica antica a quella di più recente composizione, dal jazz al folk, dal gregoriano al gospel, dalla musica barocca al pop e deve il suo successo, oltre all'attenta selezione dei partecipanti, anche all'ambientazione in luoghi solitamente non accessibili, offrendo un'occasione per riscoprire alcuni tesori storico-artistici della nostra città. Il direttore del coro, Caterina Squillace, è stata premiata come “Miglior Direttore” al IV Concorso Corale Nazionale “Città di Porto Empedocle” e ha ottenuto una menzione speciale della giuria per la “migliore direzione del brano d’obbligo” al XIX Concorso Internazionale “Praga Cantat” tenutosi a Praga (Repubblica Ceca). Dirige il Coro Polifonico “Casella” di Salerno dal 1990.
La prima parte del concerto sarà dedicata al repertorio sacro e inizierà con un mottetto in latino di un autore anonimo del XIII secolo, “Alle psallite cum luya”, inserito nel “Codice di Montpellier” e di presumibili origini francesi. Si passerà poi a due brani di Antonio Lotti, autore del XVII secolo, la cui opera è considerata come parte della transizione fra la musica barocca della sua epoca e quella classica, che iniziava ad emergere: “Regina Coeli” e “Salve Regina”. Successivamente saranno eseguiti brani di musica contemporanea: “Regina Coelorum” di Marco Ferretti, “Ave Maria” di Roberto Padoin, “O Bone Jesu” e “Lux aeterna” di Fernando Moruja, autore argentino prematuramente scomparso, e infine “Alma Redemptoris Mater” di Orlando Dipiazza.

La seconda parte del concerto sarà introdotta dal più antico controcanto conosciuto, “Sumer is icumen in”, composto nel XIII secolo, in Inghilterra, da autore anonimo. Il gioioso saluto all’inizio della bella stagione continuerà con la prima delle due chansons di Clément Janequin comprese nel programma: “Le Chant des oyseaux”, in cui le voci riprodurranno il canto ed i versi degli uccelli in un bosco. Seguirà il madrigale “Io v’amo vita mia” di Vittoria Aleotti, clavicembalista e monaca: una delle poche donne che nel Rinascimento si avvicinarono alla composizione musicale. Successivamente sarà la volta della seconda chanson di Janequin, “La Guerre”, composta nel 1515 per celebrare la vittoria della Francia sulla Svizzera nella battaglia di Marignano; in essa l’uso delle onomatopee riproduce efficacemente il clangore delle armi, il fragore delle bombarde e dei cannoni. L’atmosfera cambierà completamente con “Frammenti Amorosi”, una composizione per coro a tre voci femminili, liberamente tratta dai “Fragments d’un discours amoureaux” di Roland Barthes, nella quale si sublimano i sentimenti dell’"Assenza” e dell’"Attesa” dell’amato e si ama l’Amore più dell’amato; testo di Giuseppe Calliari e musica di Sandro Filippi. Sarà poi eseguito “Clic clac, dansez sabots” per coro a voci virili di Francis Jean Marcel Poulenc, brano scherzoso e umoristico che evoca una scena di vita quotidiana della Francia degli inizi del XX secolo. Il concerto si concluderà con “Vecchie letrose” di Adrian Willaert, autore fiammingo fra i più versatili compositori del Rinascimento, in cui viene rappresentato un litigio fra popolane della Napoli del tempo, le cui grida rimandano al latrato di un cane.

giovedì 29 maggio 2014

Musica da camera: otto giorni a Sant'Apollonia

Di Aristide Fiore
Franco Massimo Lanocita, Anna Bellagamba, Olga Chieffi,
Giuseppe Natella (foto: A. Fiore).
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 29 maggio 2014, p. 13.]
Il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno - Dipartimento di Musica d’Insieme e l’Associazione Bottega San Lazzaro hanno presentato ieri, presso il salone del Gonfalone di Palazzo di Città, il I festival di Musica da Camera Sant’Apollonia, che si terrà a Salerno dall'1 all'8 giugno 2014. La rassegna, nata dalla sinergia tra il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno, tramite il Dipartimento di Musica d’Insieme e l’Associazione Bottega San Lazzaro, è inserita nella kermesse Salerno Porte Aperte e avrà luogo nella Chiesa di Santa Apollonia, chiudendo in bellezza il primo anno di attività dello Studio Apollonia.
A illustrare il programma, che vedrà impegnati gli allievi del nostro conservatorio dal I all’8 giugno, ogni sera alle ore 20, il vice-presidente Franco Massimo Lanocita, il professore Giuseppe Natella, responsabile della Bottega San Lazzaro, e le docenti del “G.Martucci” Francesca Taviani, presidente del suddetto dipartimento, e Anna Bellagamba, referente del settore disciplinare Musica da Camera, ideatrici del progetto.
La rassegna si articolerà in otto serate a tema, che vedranno protagonisti i giovani allievi dei corsi di Musica d’insieme e da camera del Conservatorio. I programmi, che spaziano dall’Ottocento all’Avanguardia, coinvolgeranno più di quaranta studenti in diverse formazioni strumentali e vocali.
Il concerto inaugurale del 1 giugno, intitolato “Attraverso l’Europa”, ripercorrerà alcuni aspeti particolarmente significativi della geografia musicale del continente: la Germania con il Trio op.11 in Sib Magg. per pianoforte clarinetto e fagotto di Beethoven; la Francia con la sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César Franck, nella trascrizione per flauto; e, per finire, la Russia con il Trio Pathétique di Mikhail Glinka. Il 2 giugno, la serata sarà dedicata alla “Poesia per musica”: i versi di Heine, Ruckert, Goethe, Verlaine, Puskin si ritroveranno nelle melodie di Schumann, Schubert, Faurè, Debussy, Rachmaninov, con una incursione nella romanza da salotto di Tosti e le miniature di Donizetti, Rossini e Verdi.
Francesca Taviani
e Anna Bellagamba
(foto: A. Fiore).
Salerno vanta la nascita della scuola italiana di sassofono: la prima cattedra dedicata a questo strumento è stata istituita nel suo conservatorio. L’appuntamento del 3 giugno vede, quindi, protagonista questo strumento, che, sin dalla sua nascita, ha indovinato la fisionomia espressiva e eclettica del secolo breve, qui impegnato in formazione “quattro più due” in una trascrizione dei “Quadri di un’esposizione” di Modest Musorgskij, già affidati al sax alto nel movimento intitolato “Il vecchio castello” della famosa versione orchestrale di Maurice Ravel. La stessa formazione eseguirà la Suite Hellénique di Pedro Iturralde. “Insolite combinazioni” è il titolo del concerto del 4 giugno, in cui violino e chitarra s’incontreranno nella sonata in Mi bemolle HWV 375 di Haendel, per chiudere con il Trio in do minore op.66 di Felix Mendelssohn. La musica per “Archi e pianoforte” verrà invece omaggiata il 5 giugno, con lo splendido movimento di quartetto con piano di Mahler, opera incompiuta che risale all'infanzia del musicista, citata esplicitamente nel thriller psicologico "Shutter Island" di Martin Scorsese. Completerà il programma il “Forellen-Quintett” in La D667 di Franz Schubert. Il 6 giugno “Fiato alle trombe!”: saranno di scena i brillanti ottoni del brass ensemble del Martucci, introdotti però dai virtuosismi di due flauti che s’inseguiranno sui temi verdiani della Rigoletto-Fantaisie di Franz e Karl Doppler. Da Manouvrier al Capriccio di Musorsgkij si passerà quindi a una pagina contemporanea di Edgar F Girtain IV: “Images of Chaiten”; per concludere, una delle più amate marce di John Philip Sousa: “Washington Post March”. Ben due fiabe in musica prenderanno vita in Sant’Apollonia il 7 giugno. La prima sarà “La boìte à joujoux”, di Claude Debussy, un balletto destinato all'infanzia, ma come spettacolo di marionette. Un quartetto di sassofoni con voce recitante eseguirà invece "Pierino e il lupo" di Sergej Prokofiev. La serata conclusiva di questo piccolo festival, prevista per l’8 giugno, ha per tema “Verso il futuro”: uno sguardo in planata, che parte dal Quartetto op. 22 di Anton Webern, in cui la scelta dell’organico si avvicina al gusto jazzistico, passando per i doppi suoni e gli armonici del III Arabesque di Ichiro Nodaira per sassofono, la combinazione timbrica del flauto e del clarinetto del Choro n°2 di Heitor Villa Lobos, la musica marina per due sax alti di Christian Lauba in Adria, un omaggio al Mar Adriatico dedicato a Federico Mondelci, e salutare il pubblico con la Suite Bourgeoise di Malcolm Arnold.
Come sottolineato da Anna Bellagamba, il conservatorio è sia una scuola di musica sia un centro di produzione. La didattica è interconnessa con la produzione al fine di realizzare pienamente l'aspetto comunicativo del fare musica. Il Dipartimento di Musica d’insieme, fiore all'occhiello del Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci di Salerno, da molti anni infatti imposta tutta la propria attività didattica intorno a progetti di produzione artistica. Ai saggi e ai concerti organizzati all'interno del Conservatorio si affiancano iniziative che portano gli studenti all'esterno dell'Istituzione e della città di Salerno, dando loro la possibilità di suonare in diversi contesti e ambienti.
Il Festival di Musica da Camera Santa Apollonia nasce con l’intento di diventare un’occasione d’incontro fra la città e i suoi giovani musicisti. Secondo l'auspicio del vicepresidente Lanocita, la riuscita quest'ulteriore iniziativa, aggiungendosi all'ampio consenso già riscosso in seguito a analoghe proposte, potrebbe indicare che i tempi siano maturi per la fondazione dell'Associazione "Amici del Conservatorio", mediante la quale creare i presupposti per ampliare l'offerta culturale in un territorio così ricco di talenti come la provincia di Salerno e al tempo stesso fornire nuove opportunità di sviluppo a un laboratorio sempre più capace di incanalare energie creative provenienti dalle più diverse esperienze.

venerdì 9 maggio 2014

La luna di guerra di Erri De Luca

di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 1 maggio 2014, p. 11.]
Locandina della manifestazione.
La Napoli dell'estate 1943, martellata dai bombaramenti alleati e poi insorta, nelle famose Quattro giornate, per cacciare gli occupanti tedeschi, rivive in “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca, lo spettacolo teatrale a cura del LaB-laboratorio Teatro degli Attori, con Ciro Girardi, Tonino di Falco, Rosaria Vitolo, Adriana Fiorillo, Gigi Vernieri, Aldo Arrigo, Salvatore Paolella, Claudio Collano, Biancarosa Di Ruocco e la regia di Franco Alfano, andato in scena lunedì nel complesso di Santa Sofia, nell'ambito della manifestazione “Resistenze”: un programma di eventi culturali dedicato ai temi concernenti il venticinque aprile e il primo maggio, con il quale si intende delineare un ideale collegamento tra le due festività civili, incentrato sul rapporto tra arte e impegno sociale.
Un gruppo di persone si incontra ripetutamente in un rifugio antiaereo, sotto i bombardamenti alleati, accomunati forse solo dalla paura che cercano di scacciare come possono: pregando, declamando vani proclami roboanti ai quali a poco a poco si finisce col non credere più, immaginando di ottenere futili vantaggi dalla situazione anomala o abbandonandosi a fantasie innocenti.

L'evoluzione del conflitto, l'orrore per le morti e le distruzioni, le speranze illusorie: tutta la storia di quei giorni terribili attraversa quel piccolo spazio. Una scena completamente spoglia, un fondo nero uniforme rende quasi palpabile il buio che avvolge uomini e donne costretti a vivere come topi. A ogni cambio di scena si popola di immagini e suoni scelti da Elena Scardino, che amplificano il senso immane della tragedia rievocato dai racconti dei personaggi. Alla fine anche Roma viene bombardata e il fascismo cade. Sembrerebbero buone notizie: la guerra potrebbe terminare. Quel primo, illusorio entusiamo lascia però subito il posto allo sgomento: si tratta solo di «altri morti nostri». Gli americani, nel frattempo, sono sbarcati a Salerno e stanno avanzando verso nord, ma indugiano a attaccare Napoli, sperando in un'imminente ritirata dei tedeschi da una città indifendibile, ormai stremata e in preda ai rastrellamenti. L'angosciosa attesa degli otto occupanti del rifugio, ai quali in seguito si aggiungerà un insorto, pronto come loro all'azione, si risolve nella decisione di ribellarsi. Con lo spuntare della luna nuova di settembre torna una flebile luce, che è già un segno di speranza. Cadono le maschere, le ipocrisie, le false sicurezze; si rivelano tuttavia anche virtù inaspettate e nuove prospettive: esiste un'organizazione che recluta chiunque possa imbracciare un'arma, ma ben presto si unirà a loro un intero popolo, armato di tutto ciò che gli capita a tiro, di quegli oggetti quotidiani resi quanto mai preziosi dalle confische e dalle privazioni della guerra, improvvisamente trasformati in munizioni improprie ma in qualche modo efficaci. Ancora una volta, a complemento dell'azione scenica, scorrono sullo sfondo delle immagini, stavolta tratte dal film Le Quattro giornate di Napoli (1962), diretto da Nanni Loy: i combattimenti nelle strade, la liberazione dei prigionieri nello stadio del Vomero (girata al Vestuti di Salerno, con comparse locali), l'attacco ai carri armati con le moltov e la morte eroica del piccolo Gennarino Capuozzo (medaglia d'oro al valor militare). Certo, riproporre la coralità del film, pur muovendosi palesemente su quel solco, sarebbe stato impossibile, e forse persino inutile. Un valido spunto per la riuscita di questa rappresentazione è stato il voler trasmettere il senso del dramma collettivo, intensificandolo attraverso le storie dei personaggi, la loro umanità.

sabato 15 marzo 2014

L'effetto presenza di Beppe Fiorello

Di Aristide Fiore
Primo piano di Beppe Fiorello.
[Pubblicato su Le Cronache del Salernitano, 15 marzo 2014, p. 12]
Calorosi applausi hanno salutato l'approdo di Penso che un sogno così... al massimo cittadino. In questo spettacolo, scritto da Beppe Fiorello e Vittorio Moroni, e diretto da Giampiero Solari, si ribalta il punto di vista della fiction “Volare”, uno dei successi televisivi dell'attore catanese: la carriera di Domenico Modugno (Mimì) viene ripercorsa stabilendo un parallelo tra la storia del cantautore salentino e quella di un operaio ferroviario catanese, «un ragazzo con due baffi da moschettiere e gli occhi pieni di speranza», a lui straordinariamente somigliante e come lui dotato di talento canoro: il padre di Beppe, che rievoca entrambe le vicende attraverso i suoi ricordi d'infanzia. I vari episodi di vita familiare, alternati con le contemporanee vicissitudini di Modugno, sono scanditi da alcune delle sue canzoni più famose, interpretate da Fiorello con uno stile “più vero del vero”, molto al di là di una semplice imitazione, e quasi tutte accompagnate dal vivo da Daniele Bonaviri, Fabrizio Palma e dall'attore stesso, nell'insolita veste di percussionista. Si parte con le canzoni dialettali, quelle degli esordi, che rivelarono la novità di un repertorio che, attraverso figure di animali e lavoratori, si faceva interprete della realtà preindustriale, destinata, nei decenni successivi, a essere a poco a poco trasformata dal decollo dell'economia. Alcune di esse sembravano fatte apposta per descrivere le situazioni vissute dalla famiglia Fiorello: dai lunghi viaggi in auto, che in realtà coprivano poche decine di chilometri, alle riunioni famigliari, accompagnate da interminabili mangiate condite coi racconti dei commensali, alle feste patronali, monopolizzate da un notabile che aveva fatto fortuna in America, ai personaggi curiosi, sul conto dei quali circolavano strane dicerie. E fu proprio grazie a uno di loro, un presunto lupo mannaro soprannominato “'o lupinaro”, in realtà un innocuo signore basso e grassoccio, timoroso della propria moglie, che il piccolo Beppe entrò in contatto con le canzoni di Modugno. In cambio di un po' d'aiuto, fornito con riluttanza dal bambino intimorito, l'ometto gli regalò la prima cosa che gli capitò sotto mano: un logoro disco a quarantacinque giri con “Nel blu dipinto di blu”, la canzone giusta al momento giusto, per un popolo che si accingeva a spiegare le ali e lanciarsi verso il boom economico. Dai ripetuti ascolti, attraverso i dischi, la radio, la televisione e le interpretazioni di quel padre così somigliante al grande Mimmo, nacque il sogno che ha portato un bimbo incompreso, preso in giro da tutti per la sua riservatezza, a impersonare il cantautore prima in televisione e poi in teatro, fino a raggiungere un “effetto presenza” che ha davvero emozionato il pubblico, come dimostrato dai frequenti applausi “a scena aperta”.

lunedì 10 marzo 2014

La narrazione avvolgente di Paolo Zardi

Di Aristide Fiore
Copertina di "Il giorno che diventammo umani".
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 10 marzo 2014, p. 12]
Al settimo appuntamento della rassegna La versione di Marte. Libri, incontri d'autore, narrazioni, coordinata e curata da Davide Speranza da un concept di Alfonso Amendola, venerdì scorso è stata la volta del volume Il giorno che diventammo umani, di Paolo Zardi (Neo Edizioni). Sono intervenuti con l'autore, presso la Mediateca MARTE di Cava de' Tirreni, Maria Olmina D'Arienzo (dirigente del Liceo Scientifico “A. Genoino” di Cava de' Tirreni), Gemma Criscuoli (pubblicista), Pietro Balzano (lettore MARTE) e l'attore Niccolò Farina, che ha letto alcuni racconti.

Per Pietro Balzano, leggere questi racconti è stato davvero come ricevere un pugno nello stomaco, già a partire dal primo, “Domenica pomeriggio” con il quale Zardi manifesta fin dall'inizio la crudezza di linguaggio e immagini che ricorre nel volume, lasciando il lettore senza fiato e catturandolo con una narrazione coinvolgente. Un libro insolito e dirompente, dunque, che in definitiva, nonostante l'atmosfera cupa che lo pervade, si potrebbe considerare un libro d'amore. Il carattere non comune dell'opera è uno dei suoi punti di forza anche secondo la professoressa D'Arienzo, che ne ha lodato la perfezione linguistica e lo stile diretto, privo di orpelli, ma al tempo stesso curatissimo. Si nota particolarmente l'accuratezza degli accorgimenti formali: sintesi, essenzialità, realismo, mimesi linguistica: Zardi si mette davvero nei panni dei protagonisti, per condurre il lettore attraverso una discesa negli inferi che a ben vedere è la premessa di una risalita. Alcune storie terminano con un elemento inatteso: è lo stesso schema delle barzellette, qui adottato per conferire loro un carattere problematico, come è giusto che sia, quando si trattano temi fondamentali, come sesso, amore, morte. Sono temi universali, che in quest'opera 
Paolo Zardi, Maria Olmina D'Arienzo e Pietro Balzano.
Paolo Zardi, Maria Olmina D'Arienzo
e Pietro Balzano (foto: A. Fiore).
vengono affrontati per spiegare che cosa significhi essere uomini. Il dolore, che pervade tutte le vicende narrate, è in realtà una forma di difesa, qualcosa di positivo, che insegna e induce a migliorarsi. La funzione di queste storie si basa sul rapporto tra pathos e mathos, dolore e insegnamento. Qual è “il giorno che diventammo umani”? Forse quello in cui scoprimmo il senso della comunità, il legame coi nostri simili. È quando ci accorgiamo dell'esistenza degli altri e dei limiti comuni, che diventiamo umani. La parola “uomo” viene da humus (terra), che è anche l'etimo di “umiltà”. Leggendo questi racconti si avverte una tensione continua, che però conduce all'accettazione della propria condizione. Sono storie particolari, che ci fanno sentire parte di una comunità più grande. Ed è proprio ritrovandoci, riconoscendoci come simili, che possiamo salvarci. La buona letteratura ha infatti anche un valore soteriologico, e questo libro lo possiede. Si tratterebbe dunque di una specie di breviario laico, da leggere e meditare quotidianamente per gestire le proprie pulsioni intime, le proprie insicurezze. Una sorta di esame di coscienza impegna gli stessi protagonisti dei venti racconti, i quali, secondo l'interpretazione di Gemma Criscuoli, declinano il concetto di redde rationem: tutti i protagonisti si ritrovano infatti a dover fare i conti con ricordi, rimpianti, persistenze emotive. È un passaggio doloroso ma necessario, affinché anche una vita contraddittoria recuperi il suo peso. Zardi ha indagato l'aspetto straniante dell'ordinario, che in queste pagine non riesce a bastare a se stesso in quanto risente di una dissonanza sia pure confinata sullo sfondo, di un vuoto che si tenta di colmare abbandonandosi alle proprie pulsioni. Non dissimile appare la conclusione del dibattito, affidata allo stesso autore: «Ho cercato di rappresentare la tensione tra la spinta vitale, da un lato, e la presenza costante della morte e del dolore, dall'altro. In genere, nell'arco della vita non si trovano soluzioni, ma ciò non ne compromette il valore: nel bene e nel male, è pur sempre l'unica ricchezza che abbiamo.
Gemma Criscuoli e Paolo Zardi.
Gemma Criscuoli e Paolo Zardi
(foto: A. Fiore).
Nella scena finale del film The Elephant Man di David Lynch, il protagonista lancia il suo grido di dolore : «Sono un essere umano!». Questo grido di dolore è anche il filo conduttore dell'opera: è il grido disperato di chi si sente inadeguato alle proprie aspettative o a quelle altrui, e ciononostante rivendica la propria umanità, l'unico bene che si possiede veramente. L'uomo diventa tale nel momento in cui diviene cosciente dell'esistenza e della dicotomia tra bene e male. Quando i progenitori vengono cacciati dal paradiso terrestre (è il tema de “Il giardino dell'Eden”), nasce questa consapevolezza, ma nasce anche l'amore, come unica risposta alla morte.» Si lascia quindi intravedere una via d'uscita, una reazione al male di esistere fondata sulla capacità di attribuire valore alle cose, perfino a momenti apparentemente insignificanti, che può essere esemplificata dall'esito dell'ultimo racconto, un flusso di coscienza ininterrotto, che culmina nella frase finale: «Rido, perché se la vita fa schifo, stasera ha fatto un'eccezione».

venerdì 7 marzo 2014

L'eleganza discreta della tecnica

Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 7 marzo 2014, p. 10.]
«Ricreare possibilità di trasformazione e adattamento dello spazio rimanendo, nonostante tutto, nella “normalità”» è l’obiettivo da perseguire nella progettazione dell'arredamento, in modo da valorizzare le esigenze del comfort richieste dai suoi fruitori. Se ne parlerà questa sera alle 18, presso Linee Contemporanee, in via Parmenide n°39 a Salerno, nel corso dell’evento “Tecno: L'eleganza discreta della Tecnica” una conversazione, moderata da Francesca Blasi, tra passato, presente e futuro con Giuliano Mosconi (AD Tecno Spa) e l'Arch. Raffaele D'Andria, già responsabile tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento, Caserta, attraverso la quale saranno ripercorsi i sessant'anni di storia di una delle realtà più prestigiose nel settore del design del mobile. La Tecno, che si definisce “azienda di progetto più che di prodotto”, predilige da sempre un approccio fondato sull'aspetto inventivo, che si esplicita in arredi realizzati attraverso avanzate procedure sperimentali di derivazione artigianale. Partendo da tali premesse, la sua progettualità ha raggiunto un elevato livello di affinamento, pervenendo alla definizione di prodotti che coniugano la sintesi della linea con la cura del dettaglio, la leggerezza con l'elevata resistenza; l'estetica essenziale con l'adattabilità al contesto.
Faranno da cornice al dibattito alcuni arredi originali realizzati dalla Tecno a partire dal 1953, unitamente ai recenti sistemi ufficio progettati degli architetti Norman Foster e Jean Nouvel, in un suggestivo allestimento che li porrà in dialogo con le opere del Maestro Arturo Casanova. Un accostamento non casuale, trattandosi di un artista attento a coniugare la propria libertà espressiva con la libertà interpretativa altrui, il quale «abbattendo le barriere tra le discipline, affronta ogni creazione facendo di essa la miscellanea perfetta tra pittura, scultura, video arte, installazione e perché no… design» (Luca Cantore D’Amore).

L’evento è patrocinato dall’ADI (Associazione per il Disegno Industriale, Delegazione Campania), dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Salerno e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Salerno.

venerdì 21 febbraio 2014

Antonello De Rosa in Traccia di Mamma

Di Aristide Fiore
Locandina dello spettacolo.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 21 febbraio 2013, p. 9.]
Questa sera, a Cava de’ Tirreni, presso la sede del Social Tennis Club, avrà luogo un evento dedicato alla solidarietà, con lo spettacolo Traccia di mamma: Chi aiuta un bambino aiuta il mondo, scritto, diretto e interpretato da Antonello De Rosa e liberamente tratto da Mamma: piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello (1956-1986). L'incasso sarà interamente devoluto all’associazione OASI – ONLUS di Nocera Inferiore, impegnata nell'assistenza e nella promozione della ricerca nel campo dell'ematologia e dell'oncologia in età pediatrica. Abbiamo chiesto all'attore-regista salernitano di parlarci dell'allestimento e dell'iniziativa a esso collegata.
Nel corso della sua carriera artistica si è già occupato di solidarietà?
«Da circa quattordici anni sono responsabile per la teatroterapia presso l'UILDM (Unione Italiana per la Lotta alla Distrofia Muscolare). Inevitabilmente ho sviluppato una forte sensibilità verso le problematiche inerenti la salute. L'incontro con l'OASI onlus è stato casuale. Ho visitato il Centro di oncoematologia pediatrica dell'ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, con il quale l'associazione collabora, e sono rimasto profondamente colpito dalla realtà in cui operano. Mi son detto: «Davvero siamo incapaci di fare qualcosa?» e ho deciso di sposare la loro causa, mettendo a loro disposizione la mia professionalità per allestire spettacoli il cui ricavato sia interamente impiegato per le finalità dell'associazione. Ciò implica l'individuazione di spazi, risorse e figure professionali che si rendano disponibili a titolo gratuito. Sotto questo aspetto ho potuto contare sulla loro collaborazione, fondamentale per la realizzazione di questo progetto e soprattutto per assicurarne la riproposizione.»
Foto di scena.Salta all'occhio l'analogia fra la sua esperienza con i disabili e quella di Francesco Silvestri, un attore e drammaturgo la cui carriera teatrale iniziò con l'animazione in carceri e strutture dedicate ai diversamente abili, il quale tra l'altro ebbe modo di collaborare proprio con Ruccello.
«Non si tratta dell'unico tratto comune: fra me e Silvestri, al quale sono legato da grande amicizia, è avvenuto un vero e proprio passaggio di consegne, prima quando propose di affidarmi la rappresentazione di Episcopus di P. Puppa con la regia di Pasquale De Cristofaro, dopo averlo portato a un successo consolidato attraverso numerose repliche, e poi quando interpretai il ruolo principale nel suo Fratellini.»


In che modo lo spettacolo si collega alle tematiche poste in luce da questa iniziativa, dedicata ai piccoli degenti?


«Innanzitutto si tratta di uno spettacolo ben collaudato, che mi vede impegnato da circa vent'anni. Per quattro o cinque anni ho interpretato l'originale di Ruccello, inizialmente con tre attrici e in seguito da solo. “Mamma” si compone infatti di quattro monologhi, pronunciati da altrettanti personaggi: la mamma che racconta le fiabe, la mamma che impazzisce perché chiusa in un manicomio, la mamma sempre attaccata al telefono, che confonde la sua vita quotidiana con le telenovelas che vede in tv, e infine la mamma timorata di Dio, che non accetta la gravidanza della figlia ancora non sposata e in giovane età. A un certo punto ho deciso di trarne una storia incentrata su un unico personaggio, basato su quello della madre rinchiusa in manicomio e su quello della madre bigotta. Nel compiere questa operazione, ho attinto molto dalla mia esperienza di teatroterapia nei centri di igiene mentale e in altri luoghi nei quali si entra in contatto con una sofferenza che ho preferito rappresentare indirettamente, veicolandola attraverso la messa in scena. Il disagio del quale sono stato testimone deriva anche da situazioni che coinvolgono i minori. Prima di venire a contatto con la realtà nella quale opera l'Oasi, ho operato presso strutture che accolgono minori a rischio e nell'ambito di quell'esperienza mi sono imbattuto in una ragazzina scacciata dalla famiglia a causa di una gravidanza: era un caso di infanzia bruciata, una persona poco più che adolescente, resa precocemente adulta dalle terribili circostanze nelle quali si era trovata, che, forse, proprio in virtù di ciò, si sforzava di andare avanti e tenere il bambino. L'analogia col dramma del personaggio che interpreto è evidente. Sullo sfondo si intravede quello stesso velo di ipocrisia che riesce persino a offuscare la sfera affettiva. Nella realtà, come nella finzione, si ha a che fare con una manifesta incapacità di essere madre, che si ripercuote sulla figlia. Nello spettacolo, il delirio della madre folle e bigotta si spinge fino alla blasfemia, all'identificazione con la Madonna, della quale crede di essere la reincarnazione. Dialogando con la statua della Vergine, la madre per eccellenza, le affida l'anima perduta della figlia, nella consapevolezza di non essere riuscita a salvarla, avendone anzi determinato il suicidio.»

Traccia di Mamma è dunque un titolo doppiamente evocativo.

«Direi di sì, sia in quanto riferito al materiale di partenza sia quale sintesi di personaggi e situazioni comuni e tuttavia emblematici. La funzione del teatro è infatti non quella educativa, ma piuttosto quella rieducativa: deve mirare al recupero dei valori.»
Foto di scena.

Interpretare personaggi femminili richiede abilità non comuni, a meno che non lo si intenda, riduttivamente, come recitazione en travesti. Qual è il fascino di questa sfida?

«Come mi disse una volta Francesco Silvestri, per interpretare un personaggio femminile non basta “fare la donna”: bisogna “esserlo”. La figura dell'attore ha infatti una connotazione dionisiaca. L'attore è come gli angeli, è asessuato, e in quanto tale è in grado di trascendere la propria natura. I personaggi femminili sono resi interessanti dalla loro psicologia, più complessa di quella maschile. Inoltre mi affascina la comunanza fra la donna e la figura dell'attore, entrambe capaci, ciascuna a suo modo, di generare, di dar vita a altri esseri umani o a personaggi.»

sabato 1 febbraio 2014

Un muro d'amore contro l'odio

Di Aristide Fiore
La "scala della morte" a Mauthausen.
La "scala della morte" a Mauthausen.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 30 gennaio 2014, p. 16.]
Nell'ambito delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, sabato scorso si è tenuto a Salerno, nell'ex chiesa di Santa Apollonia, un incontro organizzato dall'Associazione Studio Apollonia, in collaborazione con ANED IT, Associazione Daltrocanto, Bottega San Lazzaro, Museo dello Sbarco e Salerno Capitale, Fornace Falcone, Senza Periferie e Arcigay Salerno. La manifestazione era articolata in tre momenti: “Oltre il Silenzio”, un contenitore di riflessioni, intervallate con musica e canti della Compagnia Daltrocanto. Ha suscitato viva emozione l'intervento di Ernesto Scelza, che, accompagnato alla chitarra da Antonio Giordano della Compagnia Daltrocanto, ha letto una sua composizione intitolata Il secolo guasto / Un canto sommesso”, scritta per l'occasione. La presentazione del volume di Grazia Di Veroli La scala della Morte. Mario Limetani da Venezia a Roma, via Mauthausen è stato l'evento centrale della serata; alcuni brani dell'opera sono stati letti da Pasquale De Cristofaro. Il programma si è concluso con un’azione performativa che ha coinvolto tutti i presenti, i quali sono stati invitati a abbattere, un mattone dopo l'altro, un simbolico “muro della vergogna”, al quale si contrapponeva un candido “muro d'amore”, sul quale una allieva della Scuola Elementare “Arbostella” ha scritto parole di speranza.
Pubblicato da Marlin Editore in concomitanza col 70° anniversario della deportazione romana del 4 gennaio, il volume di Grazia Di Veroli narra la storia di Mario Limentani, nato nel 1923 a Venezia e trasferitosi con la famiglia a Roma, deportato a Mauthausen nel dicembre del 1943, in seguito a un rastrellamento, essendo stato riconosciuto come ebreo. Il protagonista di quest'opera si trova di colpo dalla parte delle vittime, prima perché colpito dalle leggi razziali e poi a causa della deportazione, fino aapprodare nella dimensione disumana e spersonalizzante del lager, che per moltissimi fu l'anticamera della morte. Secondo l'autrice, l'oltraggio delle tre teste di maiale, che ha colpito la comunità ebraica di Roma rende molto più pesante il clima di queste celebrazioni per la Giornata della memoria. Il libro su Mario Limentani si deve all'impegno del protagonista a trasmettere la propria esperienza alle nuove generazioni, proprio allo scopo di evitare certe pericolose ricadute. Nel suo racconto sono esposte le dolorose vicende che caratterizzarono circa un anno e mezzo di prigionia, senza tuttavia ricorrere mai a espressioni di rancore né indugiare in dettagli particolarmente crudi. Scorre così, mediato da un romanesco semplice e diretto, il racconto di fatti che, riconsiderati nella loro intera portata, rasentano l'indicibile: le percosse, l’espropriazione di tutti i beni, la moltitudine delle lingue parlate nel campo, la fame e, soprattutto, il ricordo indelebile del lavoro forzato nella cava, con la famigerata “scala della morte”: 186 gradini ripidi e scivolosi da salire e scendere continuamente per almeno dodici ore al giorno, con un masso di granito sulle spalle; una pena da poema dantesco, resa concreta dalla ferocia sadica delle SS. Molti internati perdevano la vita in quel luogo, per sfinimento o precipitando nel burrone sottostante. A tali orrori fa da contraltare l'invito alla speranza che traspare dall'epilogo di questa storia, col ritorno alla normalità e la formazione di una nuova famiglia. Secondo Alfonso Conte, la validità delle testimonianze di quegli avvenimenti è incontrovertibile, dunque non è necessario perdere tempo a contestare le tesi negazioniste, ormai palesemente infondate. Va piuttosto coltivata, attraverso la valorizzazione di questo patrimonio, l'attenzione per gli ultimi, la capacità di soffermarsi anche sugli aspetti più semplici della quotidianità. In poche parole, bisogna evitare che le necessità e le angosce ignorate, come è già successo, determinino nella società la predisposizione a cercare pericolose scappatoie nell'individuazione di capri espiatori e nell'instaurazione di regimi liberticidi.
Il "Muro d'amore".
Il "Muro d'amore" (foto: A. Fiore).

sabato 18 gennaio 2014

L'opera da tre soldi. Intervista a Franco Alfano

Di Aristide Fiore
Franco Alfano.
Franco Alfano
(foto : A. Fiore).
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 14 gennaio 2014, p. 17.]
Stasera al Teatro municipale Giuseppe Verdi di Salerno andrà in scena L'opera da tre soldi di Bertold Brecht, con le musiche di Kurt Weill. L'allestimento è nato da un'idea di Elena Scardino e Franco Alfano, al quale abbiamo chiesto di illustrarci i dettagli del progetto.
Questo allestimento dell'Opera da tre soldi è il punto d'arrivo del laboratorio Il teatro degli attori, organizzato dall'associazione Mumble Rumble. Con quali finalità?
Si tratta di un progetto realizzato dall'Arci Mumble Rumble Teatro Comico Salernitano, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Salerno, con l'obiettivo di coinvolgere attori già noti ed esordienti in un'esperienza comune, in modo da valorizzare le potenzialità artistiche della comunità cittadina e favorire la scoperta di nuovi talenti. Da questo punto di vista, anche la rassegna presentata la scorsa estate al teatro Ghirelli, che ha riscosso un buon successo di pubblico e di critica, ha dato buoni frutti,in quanto ha permesso di selezionare alcuni giovani promettenti. La proposizione dell'Opera da tre soldi costituisce una fase ulteriore del cammino intrapreso, che si rende necessaria, visti i risultati precedenti e tenendo presente che l'utilizzo del Massimo cittadino per iniziative di questo genere risale ormai a una ventina d'anni fa.
Locandina.
La locandina dello
spettacolo, disegnata
da Bruno Brindisi.
Quali motivazioni hanno determinato la scelta di Brecht?
Indubbiamente le tematiche trattate da Brecht, e in particolare quelle dell'opera che ci accingiamo a rappresentare, risultano ancora attuali. L'impressionante analogia tra criminalità e mondo della finanza è sotto gli occhi di tutti, così come la diffusa ipocrisia che pervade la società contemporanea. Si potrebbe dire che i mali denunciati dal Nostro autore, non solo sussistono, ma si sono addirittura accentuati.
Rappresentare Brecht comporta l'adesione al concetto di “teatro epico”, basato sull'effetto di straniamento, che permette allo spettatore di non immedesimarsi nei personaggi e di evitare di sentirsi coinvolto nella vicenda, in modo da favorirne l'atteggiamento critico nei confronti dei temi trattati. La scelta di innovare l'apparato didattico predisposto dal drammaturgo tedesco (i famosi cartelli che commentavano l'azione) è dettata dal semplice intento di introdurre delle novità o è finalizzata a potenziarne l'efficacia?
Abbiamo deciso di veicolare il messaggio brechtiano servendoci di alcuni linguaggi propri dei media contemporanei, come il fumetto (i disegni di Bruno Brindisi) e la grafica (le “visioni di sabbia” di Licio Esposito), così come i riferimenti al cinema di Tarantino, allo scopo di rendere quest'opera più attraente e interessante. Sotto questo aspetto, riteniamo di aver rispettato, se non la lettera del testo, le reali intenzioni dell'autore. Naturalmente abbiamo operato anche dei tagli per rendere la rappresentazione più recepibile. D'altronde al giorno d'oggi si ricorre spesso a questo accorgimento, anche quando si rappresenta Shakespeare.
Al di là delle analogie tematiche e stilistiche fra il Cinema di Tarantino e il teatro brechtiano e dell'esigenza di proporre un classico del teatro novecentesco con un taglio contemporaneo, ritiene che tale scelta sia anche funzionale all'effetto di straniamento?

Certamente. Nel cinema di Tarantino, per certi versi simile al teatro brechtiano nell'ambientazione e nei repentini cambi di registro, da quello drammatico a quello comico, si respira un'atmosfera indefinita, almeno dal punto di vista temporale. Anche il modo in cui agiscono i personaggi sembra a volte poco aderente alla realtà. In definitiva, l'accostamento con Tarantino completa efficacemente l'insieme degli accorgimenti che intendiamo porre in atto per avvicinare i giovani al teatro e al mondo della cultura, in quanto corrisponde ai loro canoni estetici abituali.


Le visioni di sabbia di Licio Esposito in un recente spettacolo con Ciro Girardi.