Potremmo decidere, per una volta, di stare al gioco e lasciare che uno strano personaggio ci accompagni in un curioso viaggio notturno, dalla tangenziale est di Roma allo spazio intergalattico, in cerca di Dio, e caso mai incontrare un alieno, qualcuno che magari possa finalmente fornire delle risposte adatte a dare un senso al quel convulso andirivieni tra un posto e l'altro, da una meta a quella successiva, che chiamiamo “vita”. Potremmo farlo davvero in qualche modo, se ci capitasse di assistere a "Luna park. Do you want a cracker?", uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Simone Perinelli, presentato lo scorso 1 marzo a Salerno dalla compagnia Leviedelfool di Viterbo al S. Apollonia Space di Salerno, nell'ambito della rassegna teatrale Out of bounds curata da Licia Amarante e Antonella Valitutti. Una specie di idiot savant, capace di ricordare una grande quantità di nozioni delle quali tuttavia non sembra poter comprendere a pieno il significato, si lascia trasportare e trascina con sé gli ascoltatori in un flusso di parole intercalato da tic verbali e motori. Ogni inceppamento del suo discorso sgangherato e ridondante può comportare un salto in un altro mondo, ogni parola può essere una chiave per entrarvi e passare per esempio dall'uscita per Viale Etiopia all'Etiopia, una delle terre sulle quali si è fantasticato per molti secoli e che, nell'immaginazione del nostro personaggio, sarebbe il posto dal quale si può osservare la maggiore quantità possibile di stelle, ma, grazie a un immaginario cannocchiale potentissimo, anche il futuro e persino Dio. Ma come fare, se l'Etiopia resta un posto lontano e in città si vedono più stelle stampate sui biscotti che in cielo e l'orizzonte coincide con i viadotti della tangenziale? Basta deviare il solito percorso e un rettilineo apparentemente interminabile diventa una corsia preferenziale per proiettarsi nel cosmo e passarlo al setaccio. Sembra che tutti siano alla ricerca di Dio con ogni mezzo: tutti cercano un segno che ne confermi l'esistenza e persino l'autovelox risponde allo scopo segreto di fotografarlo mentre passa sulla tangenziale. Ciononostante Dio non si trova. C'è solo un uomo accanto a dei mulini a vento, sulla faccia nascosta della Luna, un posto dove il vento manca. Dov'è la follia, in colui che in quei mulini vede dei giganti da combattere o piuttosto nella loro assurda collocazione? Di sicuro il senno perduto non è finito lassù: c'è finita la follia stessa, emarginata da una società schizofrenica, che cerca il divino o attende almeno un messaggio di speranza da un altrove indefinito e intanto si perde in una corsa sfrenata verso un progresso infinito, mentre intere civiltà nascono e muoiono, nuove invenzioni ne soppiantano altre e tutto sembra muoversi secondo un ossessivo "su e giù", come sulle montagne russe, come le auto che sfrecciano sulla tangenziale.
https://www.leviedelfool.com/
In assenza di Dio, inesistente o latitante, ci si sente autorizzati a "creare le cose": l'umanità si è lanciata nel vortice delle invenzioni, imitata dal nostro personaggio, che realizza o semplicemente evoca il suo piccolo mondo coi gesti, proprio come farebbe un bambino o un attore. Ecco quindi apparire la Lola: un cane a cui vengono attribuite credenze e aspirazioni, un improbabile Sancho Panza, che a volte però sembra quasi più visionario del suo stralunato padrone. Un Don Chisciotte metropolitano, che si imbatte continuamente in avventure e sfide ingigantite dalla sua imperfetta comprensione della realtà, e ,come il suo omologo letterario, vive episodi paradossali o situazioni ridicole, fino all'agognato incontro con un alieno. È il momento delle domande che non avevano mai trovato risposta, anche se, per rompere il ghiaccio, non si trova di meglio che offrire uno snack in uno stentato inglese. Che ne è stato di Dio? È forse scappato per lo spavento, dopo il big bang, e se ne sta a guardare il mondo da lontano, a osservare coloro che agiscono, come qualcuno che se ne stia affacciato sulla tangenziale? Coloro che agiscono, dal canto loro, non sono forse tutti in preda a qualche mania, che induce ognuno a lanciarsi contro i propri mulini a vento? E infine chi è, veramente, questo alieno? Forse è semplicemente qualcuno con cui poter parlare: l'altro, lo sconosciuto, lo spettatore.
L'epoca
d'oro della canzone napoletana e la tradizione dei café chantant
rivivono in “Rosy D’Altavilla. L’amore oltre il tempo”, uno
spettacolo scritto e diretto da Paolo Vanacore, interpretato
magistralmente da una poliedrica Carmen di Marzo, che, grazie alla
rassegna Out of Bounds, curata da Licia Amarante e Antonella
Valitutti, giunta alla quarta edizione, è stato riproposto con
successo al pubblico salernitano.
Al
centro della vicenda rappresentata c'è Rosetta, impiegata come
bidella in una scuola di Napoli; una donna sola di umile condizione,
che custodisce gelosamente il ricordo dettagliato di una vita
precedente: uno strano segreto che, se rivelato, potrebbe procurarle
un grande imbarazzo o addirittura dei guai. L'amore tuttavia apre
tutte le porte. A Rosetta basta notare un alunno che cerca
continuamente di allontanarsi dall'aula per incontrare una ragazzina
che diserta le lezioni con pretesti analoghi, per aprire l'armadio
dei ricordi della sua vita anteriore e confidarsi col ragazzo. Nessun
altro è in scena. Farci immaginare, quasi avvertire la presenza
dello studentello è un compito interamente affidato alla bravura e
alla naturalezza dell'attrice. L'accenno al proposito di fare la
serenata alla ragazzina rivela le doti canore della bidella, che
ormai non può più trattenersi dal cantare e confessare il suo
segreto, quasi per giustificare il talento riposto in una persona
comune, anonima, da lei ritenuto evidentemente ancor più
improbabile.
Una
ricerca condotta da Alessandro Panatteri, autore e esecutore delle
musiche originali, ha
permesso il recupero di canzoni di un secolo fa, le quali, pur avendo
riscosso grande successo all'epoca e pur possedendo la stessa qualità
di altre composizioni tuttora note e continuamente eseguite con
invariato riscontro, sono scomparse innanzitutto dalla memoria
collettiva, sopravvivendo soltanto attraverso qualche vecchio
spartito ingiallito. A partire da queste composizioni, tredici per
l'esattezza, cantate ottimamente dal vivo dalla stessa Carmen
di Marzo, accompagnata al pianoforte da Panatteri e al flauto da
Fabio Angelo Colajanni, si dipana la storia di Rosy D'Altavilla, la
chanteuse che visse due volte. Smessi i panni di Rosetta, sostituiti
rapidamente a scena aperta da quelli di una diva della canzone sul
finire della belle époque, è la stessa protagonista, che si
racconta. Una giovinetta di più di cent'anni fa, anche lei di umili
origini, rivela le sue doti canore grazie all'abitudine di cantare
spontaneamente, spinta dalla gioia di vivere e, più tardi, anche
dall'amore per Alfonso. Notata da una coppia di impresari del café
chantant, si ritrova all'improvviso sulla ribalta in uno degli
affollatissimi locali che a Napoli si giovarono della fortuna di
questo genere di spettacolo. Mettendo da parte la paura e la
preoccupazione per l'eventuale disapprovazione dell'amato, lei
affronta il pubblico e, seguendo il destino di tanti “dilettanti
allo sbaraglio”, che ebbero in tal modo l'occasione di cambiare la
loro vita, avvia una carriera ricca di successi e proiettata anche
sulla scena internazionale, proprio mentre la guerra infuria e le
porta via il suo Alfonso. Sfumata la speranza del ritorno dell'amato,
che non dimenticherà mai, Rosy prosegue la sua parabola artistica e
umana. Con l'ultima canzone, quel bel mondo rutilante svanisce
insieme a Rosy, che, tornata a essere la semplice Rosetta, si avvia
verso la rivelazione che ricollega le due vite in un epilogo amaro.
T vatt vuol dire “ti picchio”. Tre
attori in scena. Due immobili, lo sguardo fisso e feroce, e l'altro,
che sembra dominare il palco misurandolo con passo pesante, scandito
dal rumore degli zoccoli, mentre una voce registrata, dal tono
rilassato, quasi ipnotico, spiega ripetutamente a qualche
interlocutore i dettagli di una progettata spedizione punitiva con
pestaggio finale. Poi finalmente si ferma davanti al microfono: “'O
spettacolo è chisto: stamm mez'ora ie e vuje a sentere sta cosa!”.
La tiritera continua. Fatto alzare uno spettatore, lo fa salire sul
palco. “Stamm n'ora ie e chisto a sentere sta cosa!” A un altro
chiede di mimare una sfida e un pestaggio in playback e poi, a
entrambi, di mimare una rissa, doppiata e sonorizzata allo stesso
modo. L'effetto è esilarante. Fare a botte per strada non è da
tutti.
Anche l'ostentazione di atteggiamenti, un po' forzati, da
maschio dominante, finisce per risultare talmente grottesco da
strappare qualche risata, così come gli improbabili allenamenti
degli aspiranti picchiatori contro inermi ma tenaci angurie.
L'importante è entrare però nel meccanismo della violenza gratuita,
non osservarlo come semplici spettatori. Intimare qualcuno a caso a
andarsene oppure piazzarglisi davanti con aria minacciosa: anche
questi piccoli esempi di sopraffazione risultano funzionali
all'esposizione delle Teorie Violente Aprioristiche Temporali e
Territoriali (TVATT appunto) in una modalità che, per quanto
possibile, risulti più efficace in quanto corroborata
dall'esperienza diretta, quasi come se fosse un test. Monologhi
narranti, con vividezza di particolari, episodi crudi, spesso
ingiustificati: soppressioni di cuccioli, provocazioni, risse,
regolamenti di conti, violenza privata; rumori di percosse, urla,
combattimenti da strada mimati, favolette immorali; persino la
proiezione di una breve docufiction sul passato di un immaginario
gruppo di teppisti coi suoi rituali paradigmatici. Sono questi gli
elementi mediante i quali si sviscera la fenomenologia della
scazzottata, la filosofia della “capata in bocca”, l'estetica del
morso in faccia.
Prendendo le mosse da “East” e
“West” di Steven Berkoff, andati in scena tra gli anni settanta e
ottanta, Luigi Morra, ideatore e regista dello spettacolo (che potreste vedere qui), del quale
è anche interprete con Pasquale Passaretti e Eduardo Ricciardelli,
ne riprende i temi legati al contesto giovanile dei sobborghi
dell’East End Londinese, trasferendoli nella provincia campana, ma
riuscendo a ottenere un tale grado di astrazione e destrutturazione
degli accadimenti e delle esperienze che vengono rappresentati, da
renderli universali. D'altronde, in contesti lontani da quello
campano o meridionale, l'eventuale difficoltà di comprensione del
linguaggio risulterebbe comunque funzionale al senso di
prevaricazione che costituisce lo sfondo drammaturgico di questo
lavoro. Si tratta di un teatro che si muove lungo un confine, in
quanto si propone di indagare il lato oscuro delle relazioni umane
attraverso la codifica di un'aggressività in vario modo sperimentata
da tutti; non certo per celebrarla, ma piuttosto per consentire di
elaborarla e allontanarsene, come già in Berkoff, sottolineandone
certi aspetti grotteschi o sublimandone la dinamica mediante la
performance mimica. A Licia Amarante e Antonella Valitutti va il
merito di averlo presentato al pubblico salernitano, alcune sere fa,
nell'ambito della rassegna “Out of Bounds”, quarta edizione.
Un dramma corale della solitudine
prende vita in "Chiromantica ode telefonica agli abbandonati
amori", uno spettacolo di e con Roberto Solofria e Sergio Del
Prete, basato sulla felice fusione dei testi di quattro autori
contemporanei, attivi a Napoli soprattutto negli anni Ottanta del
Novecento, fautori di un linguaggio innovativo e dirompente rispetto
alla tradizione rappresentata da Viviani, De Filippo e altri. Nella
loro interpretazione così intensa, che il pubblico salernitano ha
avuto modo di apprezzare, lo scorso 15 febbraio, presso lo Spazio
Santa Apollonia, nell'ambito dell'attuale edizione della rassegna
teatrale Out of Bounds, curata da Licia Amarante e Antonella
Valitutti, i due attori danno vita a figure legate al mondo dei
travestiti, messi ai margini di una società pur sempre imperniata su
una contrapposizione rigorosamente dualistica dei sessi e costretti a
sopravvivere ricavandosi un ruolo motivato proprio da ciò che quel
dualismo contraddice e viene confinato nell'ombra, nella
clandestinità. Tutta l'azione si svolge dentro e intorno a una
gabbia che si fa metafora dell'emarginazione dei personaggi e
dell'impossibilità di uscire dalla loro condizione.
Prigionieri volontari di una casa o di un angolo di strada, da cui si allontanano
a malincuore, nella vana speranza che il miraggio di una vita
diversa, felice, si realizzi in quel luogo, anche solo attraverso una
telefonata attesa fino a farne il fulcro della propria quotidianità.
Su quel mondo tormentato, evocato dagli aspri versi di Enzo Moscato, scanditi a ogni intervallo come
una litania diabolica, potenziata dalle musiche originali Paky Di
Maio, si aprono finestre sulle vite di Marlene Dietrich, Rosalinda
Sprint, Jennifer, Gina, Tuna, Bolero e Grand Hotel, i personaggi
creati, insieme allo stesso Moscato, da Annibale Ruccello, Giuseppe
Patroni Griffi e Francesco Silvestri, sebbene, in quest'ultimo caso,
sia stato necessario un piccolo adattamento, in quanto nell'opera
originale, “Streghe da marciapiede”, si tratta di donne che,
esercitando la prostituzione, si ritrovano comunque immerse in un
contesto abbastanza simile a quello dei travestiti.
I personaggi sembrano prendere forma
passando da una sorta di stadio primordiale, animalesco: i due
attori, rannicchiati a torso nudo nella gabbia, si insaponano
compulsivamente la faccia e si radono, fino a rivelare dei volti che
ostentano un pesante, eccessivo trucco femminile. Come creature
favolose messe in mostra in un baraccone, i due sgusciano dalla
gabbia per inscenare scampoli di vite che li vedono ora fronteggiare
le difficoltà della loro condizione, come la diffidenza o l'ostilità
del vicinato o l'abbandono da parte di amanti vanamente minacciati di
essere smascherati, ora trasportati dal sogno della normalità, di
una vita di coppia stabile, incoraggiata dai consigli di figure
esperte, trasfigurate ironicamente in un'aura di santità, oppure
soltanto sognata, magari intravista attraverso improbabili pratiche
divinatorie in un fondo di bicchiere. In quest'ultimo caso incorrendo
in comici intoppi che alludono all'incapacità di evadere che azzoppa
perfino la fantasia e riconduce inesorabilmente
alla gabbia, nella posizione iniziale.
Sabato
8 e domenica 9 aprile il Coro Polifonico Casella di Salerno è stato
ospite del Festival “L'Inedit” a Rouen, dedicato alla musica
sacra contemporanea. Dopo essersi esibito sabato sera nella
Cattedrale con altre due formazioni, il danese Syddansk UniversitetsKammerkor e il Choeur de Chambre Maîtrise Saint-Evode, il coro della
cattedrale le cui origini risalgono al XIV secolo, ha curato con gli
stessi Cori riuniti la veste musicale della Messa Solenne delle
Palme, celebrata nella Cattedrale, e nel pomeriggio di domenica ha
avuto l'onore di concludere il Festival tenendo un applauditissimo
concerto nella splendida Salle des Etats, presso la Sede
arcivescovile.
La
manifestazione, che si è aperta venerdì sera nella Salle des Etats
con l'esibizione del Syddansk Universitets Kammerkor, diretto dal
Maestro Søren Flebo Jørgensen, è giunta alla nona edizione, e
quest'anno ha proposto un ideale viaggio musicale attraverso la
Scandinavia, focalizzando l'attenzione su alcuni autori norvegesi. Il
programma del concerto dei cori riuniti in Cattedrale, diretti dal
Maestro Loïe
Barrois, prevedeva infatti l'esecuzione di composizioni di Ola
Gjeilo, Knut Nystedt e Henning Sommerro, che ha preso parte alla
manifestazione quale ospite d'onore.
Di
Ola
Gjeilo (nato nel 1978) sono stati eseguiti “The Ground” e “UbiCaritas”, mentre Knut Nystedt (1915-2014) è stato ricordato
attraverso tre brani, “Peace I Leave With You”, “Immortal Bach”
e “I will praise Thee, O Lord”.
La
seconda parte del concerto, interamente dedicata a Henning Sommerro
(n. nel 1952) e introdotta da lui stesso, comprendeva “Laudamus
Te”, “Ioannes”(parte II) e l'”Ave Maria” tratta da “Three
Gregorian reflexions”. Con l'accompagnamento dell'organo sono stati
poi eseguiti: l'“Ingressus solemnis Regis Olavi”, scritto nel
2014 in occasione del millenario del battesimo di Sant'Olav, sovrano
della Norvegia e martire della Chiesa cattolica, che si tenne proprio
a Rouen come ricordato da una lapide e da una reliquia collocate
nella Cattedrale, “Grace mercy and peace”, uno spiritual
commissionato da una comunità statunitense, “Et Misericordia
eius”, una composizione caratterizzata da una coinvolgente vena
melodica, e infine un vivace “Alleluia”.
Sommerro,
noto soprattutto come autore di musiche per il teatro e per il
cinema, insegna al conservatorio di Tøndelag. Più volte insignito
di riconoscimenti accademici, ha sviluppato un linguaggio originale e
attraente, meritando in tal modo il consenso di un pubblico sempre
più ampio.
Con
l'esecuzione di tre “Ave Maria”, rispettivamente di G.
Aquilanti (nato nel 1959), R. Padoin (n. nel 1954) e dell'argentino
C.E. Matta, si è aperto il
concerto del Coro Polifonico Casella, diretto dal Maestro Caterina
Squillace. A seguire, l'eterea “Regina
coelorum”
di M.
Ferretti (n. nel 1974), “O magnum mysterium” di C.A. Carrillo e
“Alma redemptoris mater” di O. Dipiazza (n. nel 1929). Due brevi
composizioni di F. Moruja (n. nel 1960), “O bone Jesu” e “Lux
aeterna”, in rapida sequenza, hanno avvolto la sala gremita in
un'atmosfera molto suggestiva, dopodiché è stata la volta di “O
Jesu dolce” e “Già mi trovai di maggio” (sui versi del
Boiardo), entrambe di B. Bettinelli (1913-2004). Dopo un omaggio alla
Scandinavia affidato a “Across the bridge of hope” dello svedese
J. Sandstrom (n. nel 1954), un inno alla pace e alla fratellanza fra
i popoli, il tema della Passione di Cristo è stato evocato
attraverso “Vinea mea” di L.Donati (n. nel 1972), lo stesso
autore che ha musicato “L’ora di Barga” di Giovanni Pascoli, la
cui esecuzione si è valsa in questa occasione della partecipazione,
in qualità di solista, del tenore Fabrice Leonet, dell'EnsembleVocal Cepheus. Per finire, due composizioni dello spagnolo E. Solé,
venezuelano d'adozione: “Nocturno de la ventana” (testo di
Federico Garcia Lorca) e una ninna nanna, “Canción azul de cuna”.
La
standing ovation di un pubblico numeroso e entusiasta e la reiterata
richiesta di bis hanno attestato il notevole apprezzamento
dell'esibizione della formazione salernitana.
[Pubblicato su Le Cronache, 10 dicembre 2015, p. 31.]
Il Coro Polifonico Casella al Teatro Novelli
di Rimini dopo la premiazione
(foto di Carlo Muzzillo).
Dopo
la partecipazione al Concorso corale internazionale Città di Rimini,
in occasione del quale si è classificato al terzo posto nella categoria "Cori misti", il Coro Polifonico Casella di
Salerno torna a esibirsi sabato
alle 20.00
nella propria città, presso la chiesa della Madonna del Carmine.
L'organico diretto dal M. Caterina Squillace annovera, tra i soprani,
Giovanna Annunziato, Concetta Blandino, Maria Brucale, Patrizia De
Mascellis, Mena Iacobelli, Daniela Natella, e tra i contralti Luisa
De Ferrante, Daniela Delvecchio, Anna Maria Gammaldi, Rossana
Graziano, Anna Maria Muzzillo, Anna Pellegrino. Tra le voci maschili
i tenori Michele Buonocore, Vincenzo Caroniti, Vincenzo Nicastro e i
bassi Antonello Amato, Damiano Durante, Aristide Fiore, Riccardo
Gammaldi, Piero Sacco, Eugenio Vicinanza.
La
parte iniziale del concerto è dedicata alla musica sacra. Si
comincia con due composizioni contemporanee. All'Ave
Maria di Giancarlo Aquilanti (2000), un canto a cappella dalla
tessitura armonica vivida e ricca
apre la strada alla suggestiva atmosfera dell'Ave Maria, in latino,
di Roberto Padoin. Segue il Salve Regina di Antonio Lotti, un autore
del XVII secolo, la cui opera è considerata come parte della
transizione fra la musica barocca e quella classica.
Con
Le chant des oyseaux di Clément Janequin (ca 1485-1558), in cui le voci
riproducono i versi degli uccelli in un bosco mediante un complesso
intreccio di suoni onomatopeici, si passa alla polifonia
rinascimentale, dopodiché si ritorna
al repertorio contemporaneo, ma gradualmente, attraverso l'incontro
delle sonorità di
Claude Debussy (1862-1918) con
la poesia tardo medievale in Dieu!
Qu'il la fait bon regarder, adattamento corale di una delle Tre canzoni di Carlo
di Valois, duca d'Orleans (1394-1465), nella quale si loda la
bellezza di una donna. Il rovescio della medaglia, ovvero la vanità
delle seduzioni del mondo, è invece il tema di Daemon irrepit callidus (1997) del rumeno Giyorgy Orban, un canto goliardico a
cappella dal ritmo incalzante. La contemplazione della natura e il
sollievo che ne deriva è il tema de L'Ora di Barga (1999) di Lorenzo
Donati, che ha musicato l'omonima poesia compresa nei Canti di
Castelvecchio di Giovanni Pascoli.
La
seconda parte del programma prevede un'immersione nel clima
natalizio, introdotta da Regina
coelorum di Marco Ferretti, un'eterea composizione contemporanea che
privilegia i timbri più chiari.
Seguono
due canti che celebrano il mistero dell'incarnazione del Verbo e
rievocano la nascita di Gesù: Pastores dicite, un mottetto natalizio
dello spagnolo Cristóbal
de Morales (ca 1500-1553), rappresentativo della polifonia sacra
spagnola del Cinquecento, strettamente legata a quella romana della
stessa epoca, e O magnum mysterium (2000) di César Alejandro
Carrillo. Il messaggio evangelico è rappresentato dal mottetto If
Ye love me di Thomas Tallis (ca 1505-1585), basato sul testo di
Giovanni, capitolo 14, versetti 15-17: "Se
mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, e
Lui vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per
sempre, lo Spirito di verità...".
Infine,
tre canti tradizionali del mondo anglosassone: God rest You merry,
Gentlmen, nella versione corale di David Willcocks, Ding Dong!
Merrily on high - testo di George Ratcliffe Woodward (1848-1934) e
musica di Charles Wood (1866-1926) -, e Ring Christmas bells di
Mykola Leontovich (1877-1921).
[Pubblicato
su Le Cronache del salernitano, 27 giugno 2014, p. 8.]
Prima
di intraprendere una tournée in Normandia per partecipare al
festival internazionale "Voix et Chemins", il Coro polifonico Casella, diretto dal Maestro Caterina Squillace, saluterà
la città esibendosi alle 20:00 di domani sera nella Chiesa di Santa
Lucia de Giudaica.
L'ensemble
salernitano, il cui repertorio comprende la musica
polifonica a cappella dal '500 ai compositori contemporanei,
è nato
nel 1984 e ha intrapreso fin dall'inizio una intensa attività
artistica, che annovera la partecipazione a concorsi nazionali e
internazionali quali la XIX edizione del Concorso Internazionale di
Canto Corale “Praga Cantat” (Praga, 2005), in occasione della
quale ha ottenuto la Medaglia d’oro. Il suo impegno nella
divulgazione e diffusione della musica si esplicita nella promozione
di stages e importanti eventi, come la collaborazione con la “Nuova
Orchestra Scarlatti” di Napoli per la manifestazione “TuttinCoro”,
tenutasi nel 2006 presso l’Auditorium della RAI di Napoli.Dal
1994 organizza, con cadenza biennale, la Rassegna
Internazionale di Cori Polifonici "Cantare Amantis Est",
che è caratterizzata dalla ricca varietà di generi musicali, dalla
musica polifonica antica a quella di più recente composizione, dal
jazz al folk, dal gregoriano al gospel, dalla musica barocca al pop e
deve il suo successo, oltre all'attenta selezione dei partecipanti,
anche all'ambientazione in luoghi
solitamente non accessibili, offrendo un'occasione per riscoprire
alcuni tesori storico-artistici della nostra città. Il
direttore del coro, Caterina Squillace,
è stata premiata come “Miglior Direttore” al IV Concorso Corale
Nazionale “Città di Porto Empedocle” e ha ottenuto una menzione
speciale della giuria per la “migliore direzione del brano
d’obbligo” al XIX Concorso Internazionale “Praga Cantat”
tenutosi a Praga (Repubblica Ceca). Dirige il Coro Polifonico
“Casella” di Salerno dal 1990.
La
prima parte del concerto sarà dedicata al repertorio sacro e
inizierà con un mottetto in latino di un autore anonimo del XIII
secolo, “Alle psallite cum luya”, inserito nel “Codice di
Montpellier” e di presumibili origini francesi. Si passerà poi a
due brani di Antonio Lotti, autore del XVII secolo, la cui opera è
considerata come parte della transizione fra la musica barocca della
sua epoca e quella classica, che iniziava ad emergere: “Regina
Coeli” e “Salve Regina”. Successivamente saranno eseguiti brani
di musica contemporanea: “Regina Coelorum” di Marco Ferretti,
“Ave Maria” di Roberto Padoin, “O Bone Jesu” e “Lux
aeterna” di Fernando Moruja, autore argentino prematuramente
scomparso, e infine “Alma Redemptoris Mater” di Orlando Dipiazza.
La
seconda parte del concerto sarà introdotta dal più antico
controcanto conosciuto, “Sumer is icumen in”, composto nel XIII
secolo, in Inghilterra, da autore anonimo. Il gioioso saluto
all’inizio della bella stagione continuerà con la prima delle due
chansons di Clément Janequin comprese nel programma: “Le Chant des
oyseaux”, in cui le voci riprodurranno il canto ed i versi degli
uccelli in un bosco. Seguirà il madrigale “Io v’amo vita mia”
di Vittoria Aleotti, clavicembalista e monaca: una delle poche donne
che nel Rinascimento si avvicinarono alla composizione musicale.
Successivamente sarà la volta della seconda chanson di Janequin, “La
Guerre”, composta nel 1515 per celebrare la vittoria della Francia
sulla Svizzera nella battaglia di Marignano; in essa l’uso delle
onomatopee riproduce efficacemente il clangore delle armi, il fragore
delle bombarde e dei cannoni. L’atmosfera cambierà completamente
con “Frammenti Amorosi”, una composizione per coro a tre voci
femminili, liberamente tratta dai “Fragments d’un discours
amoureaux” di Roland Barthes, nella quale si sublimano i sentimenti
dell’"Assenza” e dell’"Attesa” dell’amato e si
ama l’Amore più dell’amato; testo di Giuseppe Calliari e musica
di Sandro Filippi. Sarà poi eseguito “Clic clac, dansez sabots”
per coro a voci virili di Francis Jean Marcel Poulenc,
brano
scherzoso e umoristico che evoca una scena di vita quotidiana della
Francia degli inizi del XX secolo. Il concerto si concluderà con
“Vecchie letrose” di Adrian Willaert, autore fiammingo fra i più
versatili compositori del Rinascimento, in cui viene rappresentato un
litigio fra popolane della Napoli del tempo, le cui grida rimandano
al latrato di un cane.
Franco Massimo Lanocita, Anna Bellagamba, Olga Chieffi, Giuseppe Natella (foto: A. Fiore).
[Pubblicato
su Le
Cronache del salernitano,
29 maggio 2014, p. 13.]
Il
Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno -
Dipartimento di Musica d’Insieme e l’Associazione Bottega San
Lazzaro hanno presentato ieri, presso il salone del Gonfalone di
Palazzo di Città, il I festival di Musica da Camera Sant’Apollonia,
che si terrà a Salerno dall'1 all'8 giugno 2014. La rassegna, nata
dalla sinergia tra il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci”
di Salerno, tramite il Dipartimento di Musica d’Insieme e
l’Associazione Bottega San Lazzaro, è inserita nella kermesse
Salerno Porte Aperte e avrà luogo nella Chiesa di Santa Apollonia,
chiudendo in bellezza il primo anno di attività dello Studio
Apollonia.
A
illustrare il programma, che vedrà impegnati gli allievi del nostro
conservatorio dal I all’8 giugno, ogni sera alle ore 20, il
vice-presidente Franco Massimo Lanocita, il professore Giuseppe
Natella, responsabile della Bottega San Lazzaro, e le docenti del
“G.Martucci” Francesca Taviani, presidente del suddetto
dipartimento, e Anna Bellagamba, referente del settore disciplinare
Musica da Camera, ideatrici del progetto.
La rassegna si
articolerà in otto serate a tema, che vedranno protagonisti i
giovani allievi dei corsi di Musica d’insieme e da camera del
Conservatorio. I programmi, che spaziano dall’Ottocento
all’Avanguardia, coinvolgeranno più di quaranta studenti in
diverse formazioni strumentali e vocali.
Il
concerto inaugurale del 1 giugno, intitolato “Attraverso l’Europa”,
ripercorrerà alcuni aspeti particolarmente significativi della
geografia musicale del continente: la Germania con il Trio op.11 in
Sib Magg. per pianoforte clarinetto e fagotto di Beethoven; la
Francia con la
sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César
Franck,
nella
trascrizione per flauto; e, per finire, la Russia con il Trio
Pathétique di Mikhail Glinka. Il 2 giugno, la serata sarà dedicata
alla “Poesia per musica”: i versi di Heine, Ruckert, Goethe,
Verlaine, Puskin si ritroveranno nelle melodie di Schumann, Schubert,
Faurè, Debussy, Rachmaninov, con una incursione nella romanza da
salotto di Tosti e le miniature di Donizetti, Rossini e Verdi.
Francesca Taviani e Anna Bellagamba (foto: A. Fiore).
Salerno
vanta la nascita della scuola italiana di sassofono: la prima
cattedra dedicata a questo strumento è stata istituita nel suo
conservatorio. L’appuntamento del 3 giugno vede, quindi,
protagonista questo strumento, che, sin dalla sua nascita, ha
indovinato la fisionomia espressiva e eclettica del secolo breve, qui
impegnato in formazione “quattro più due” in una trascrizione
dei “Quadri di un’esposizione” di Modest Musorgskij, già
affidati al sax alto nel movimento intitolato “Il vecchio castello”
della famosa versione orchestrale di Maurice Ravel. La stessa
formazione eseguirà la Suite Hellénique di Pedro Iturralde.
“Insolite combinazioni” è il titolo del concerto del 4 giugno,
in cui violino e chitarra s’incontreranno nella sonata in Mi
bemolle HWV 375 di Haendel, per chiudere con il Trio in do minore
op.66 di Felix Mendelssohn. La musica per “Archi e pianoforte”
verrà invece omaggiata il 5 giugno, con lo
splendido movimento di quartetto con piano di Mahler, opera
incompiuta che risale all'infanzia del musicista, citata
esplicitamente nel thriller psicologico "Shutter Island" di
Martin Scorsese. Completerà il programma il “Forellen-Quintett”
in La D667 di Franz Schubert. Il 6 giugno “Fiato alle trombe!”:
saranno di scena i brillanti ottoni del brass ensemble del Martucci,
introdotti però dai virtuosismi di due flauti che s’inseguiranno
sui temi verdiani della Rigoletto-Fantaisie di Franz e Karl Doppler.
Da Manouvrier al Capriccio di Musorsgkij si passerà quindi a una
pagina contemporanea di Edgar F Girtain IV: “Images of Chaiten”;
per concludere, una delle più amate marce di John Philip Sousa:
“Washington Post March”. Ben due fiabe in musica prenderanno vita
in Sant’Apollonia il 7 giugno. La prima sarà “La boìte à
joujoux”, di Claude Debussy, un balletto destinato all'infanzia, ma
come spettacolo di marionette. Un quartetto di sassofoni con voce
recitante eseguirà invece "Pierino e il lupo" di Sergej
Prokofiev. La serata conclusiva di questo piccolo festival, prevista
per l’8 giugno, ha per tema “Verso il futuro”: uno sguardo in
planata, che parte dal Quartetto op. 22 di Anton Webern, in cui la
scelta dell’organico si avvicina al gusto jazzistico, passando per
i doppi suoni e gli armonici del III Arabesque di Ichiro Nodaira per
sassofono, la combinazione timbrica del flauto e del clarinetto del
Choro n°2 di Heitor Villa Lobos, la musica marina per due sax alti
di Christian Lauba in Adria, un omaggio al Mar Adriatico dedicato a
Federico Mondelci, e salutare il pubblico con la Suite Bourgeoise di
Malcolm Arnold.
Come sottolineato da
Anna Bellagamba, il conservatorio è sia una scuola di musica sia un
centro di produzione. La didattica è interconnessa con la produzione
al fine di realizzare pienamente l'aspetto comunicativo del fare
musica. Il Dipartimento di Musica d’insieme, fiore all'occhiello
del Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci di Salerno, da molti
anni infatti imposta tutta la propria attività didattica intorno a
progetti di produzione artistica. Ai saggi e ai concerti organizzati
all'interno del Conservatorio si affiancano iniziative che portano
gli studenti all'esterno dell'Istituzione e della città di Salerno,
dando loro la possibilità di suonare in diversi contesti e ambienti.
Il Festival di
Musica da Camera Santa Apollonia nasce con l’intento di diventare
un’occasione d’incontro fra la città e i suoi giovani musicisti.
Secondo l'auspicio del vicepresidente Lanocita, la riuscita
quest'ulteriore iniziativa, aggiungendosi all'ampio consenso già
riscosso in seguito a analoghe proposte, potrebbe indicare che i
tempi siano maturi per la fondazione dell'Associazione "Amici
del Conservatorio", mediante la quale creare i presupposti per
ampliare l'offerta culturale in un territorio così ricco di talenti
come la provincia di Salerno e al tempo stesso fornire nuove
opportunità di sviluppo a un laboratorio sempre più capace di
incanalare energie creative provenienti dalle più diverse
esperienze.
[Pubblicato su Le
Cronache del salernitano, 1 maggio 2014, p. 11.]
La Napoli dell'estate
1943, martellata dai bombaramenti alleati e poi insorta, nelle famose
Quattro giornate, per cacciare gli occupanti tedeschi, rivive in
“Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca, lo spettacolo teatrale a
cura del LaB-laboratorio Teatro degli Attori, con Ciro Girardi,
Tonino di Falco, Rosaria Vitolo, Adriana Fiorillo, Gigi Vernieri,
Aldo Arrigo, Salvatore Paolella, Claudio Collano, Biancarosa Di
Ruocco e la regia di Franco Alfano, andato in scena lunedì nel
complesso di Santa Sofia, nell'ambito della manifestazione
“Resistenze”: un programma di eventi culturali dedicato ai temi
concernenti il venticinque aprile e il primo maggio, con il quale si
intende delineare un ideale collegamento tra le due festività
civili, incentrato sul rapporto tra arte e impegno sociale.
Un gruppo di persone si
incontra ripetutamente in un rifugio antiaereo, sotto i bombardamenti
alleati, accomunati forse solo dalla paura che cercano di scacciare
come possono: pregando, declamando vani proclami roboanti ai quali a
poco a poco si finisce col non credere più, immaginando di ottenere
futili vantaggi dalla situazione anomala o abbandonandosi a fantasie
innocenti.
L'evoluzione del
conflitto, l'orrore per le morti e le distruzioni, le speranze
illusorie: tutta la storia di quei giorni terribili attraversa quel
piccolo spazio. Una scena completamente spoglia, un fondo nero
uniforme rende quasi palpabile il buio che avvolge uomini e donne
costretti a vivere come topi. A ogni cambio di scena si popola di
immagini e suoni scelti da Elena Scardino, che amplificano il senso
immane della tragedia rievocato dai racconti dei personaggi. Alla
fine anche Roma viene bombardata e il fascismo cade. Sembrerebbero
buone notizie: la guerra potrebbe terminare. Quel primo, illusorio
entusiamo lascia però subito il posto allo sgomento: si tratta solo
di «altri morti nostri».
Gli americani, nel frattempo, sono sbarcati a Salerno e stanno
avanzando verso nord, ma indugiano a attaccare Napoli, sperando in
un'imminente ritirata dei tedeschi da una città indifendibile, ormai
stremata e in preda ai rastrellamenti. L'angosciosa attesa degli otto
occupanti del rifugio, ai quali in seguito si aggiungerà un insorto,
pronto come loro all'azione, si risolve nella decisione di
ribellarsi. Con lo spuntare della luna nuova di settembre torna una
flebile luce, che è già un segno di speranza. Cadono le maschere,
le ipocrisie, le false sicurezze; si rivelano tuttavia anche virtù
inaspettate e nuove prospettive: esiste un'organizazione che recluta
chiunque possa imbracciare un'arma, ma ben presto si unirà a loro un
intero popolo, armato di tutto ciò che gli capita a tiro, di quegli
oggetti quotidiani resi quanto mai preziosi dalle confische e dalle
privazioni della guerra, improvvisamente trasformati in munizioni
improprie ma in qualche modo efficaci. Ancora una volta, a
complemento dell'azione scenica, scorrono sullo sfondo delle
immagini, stavolta tratte dal film Le Quattro giornate di Napoli (1962), diretto da Nanni Loy: i combattimenti nelle strade, la
liberazione dei prigionieri nello stadio del Vomero (girata al
Vestuti di Salerno, con comparse locali), l'attacco ai carri armati
con le moltov e la morte eroica del piccolo Gennarino Capuozzo
(medaglia d'oro al valor militare). Certo, riproporre la coralità
del film, pur muovendosi palesemente su quel solco, sarebbe stato
impossibile, e forse persino inutile. Un valido spunto per la
riuscita di questa rappresentazione è stato il voler trasmettere il
senso del dramma collettivo, intensificandolo attraverso le storie
dei personaggi, la loro umanità.
[Pubblicato su Le
Cronache del Salernitano, 15 marzo 2014, p. 12]
Calorosi applausi hanno
salutato l'approdo di Penso che un sogno così... al massimo
cittadino. In questo spettacolo, scritto da Beppe Fiorello e Vittorio
Moroni, e diretto
da Giampiero
Solari, si ribalta il punto di vista della fiction
“Volare”, uno dei successi televisivi dell'attore catanese: la
carriera di Domenico Modugno (Mimì) viene ripercorsa stabilendo un
parallelo tra la storia del cantautore salentino e quella di un
operaio ferroviario catanese, «un
ragazzo con due baffi da moschettiere e gli occhi pieni di speranza»,
a lui straordinariamente somigliante e come lui dotato di talento
canoro: il padre di Beppe, che rievoca entrambe le vicende attraverso
i suoi ricordi d'infanzia. I vari episodi di vita
familiare, alternati con le contemporanee vicissitudini di Modugno,
sono scanditi da alcune delle sue canzoni più famose, interpretate
da Fiorello con uno stile “più vero del vero”, molto al di là
di una semplice imitazione, e quasi tutte accompagnate dal vivo da
Daniele Bonaviri, Fabrizio Palma e dall'attore stesso, nell'insolita
veste di percussionista. Si parte con le canzoni dialettali, quelle
degli esordi, che rivelarono la novità di un repertorio che,
attraverso figure di animali e lavoratori, si faceva interprete della
realtà preindustriale, destinata, nei decenni successivi, a essere a
poco a poco trasformata dal decollo dell'economia. Alcune di esse
sembravano fatte apposta per descrivere le situazioni vissute dalla
famiglia Fiorello: dai lunghi viaggi in auto, che in realtà
coprivano poche decine di chilometri, alle riunioni famigliari,
accompagnate da interminabili mangiate condite coi racconti dei
commensali, alle feste patronali, monopolizzate da un notabile che
aveva fatto fortuna in America, ai personaggi curiosi, sul conto dei
quali circolavano strane dicerie. E fu proprio grazie a uno di loro,
un presunto lupo mannaro soprannominato “'o lupinaro”, in realtà
un innocuo signore basso e grassoccio, timoroso della propria moglie,
che il piccolo Beppe entrò in contatto con le canzoni di Modugno. In
cambio di un po' d'aiuto, fornito con riluttanza dal bambino
intimorito, l'ometto gli regalò la prima cosa che gli capitò sotto
mano: un logoro disco a quarantacinque giri con “Nel blu dipinto di
blu”, la canzone giusta al momento giusto, per un popolo che si
accingeva a spiegare le ali e lanciarsi verso il boom economico. Dai
ripetuti ascolti, attraverso i dischi, la radio, la televisione e le
interpretazioni di quel padre così somigliante al grande Mimmo,
nacque il sogno che ha portato un bimbo incompreso, preso in giro da
tutti per la sua riservatezza, a impersonare il cantautore prima in
televisione e poi in teatro, fino a raggiungere un “effetto
presenza” che ha davvero emozionato il pubblico, come dimostrato
dai frequenti applausi “a scena aperta”.
[Pubblicato su Le
Cronache del salernitano, 10 marzo 2014, p. 12]
Al settimo appuntamento
della rassegna La versione di Marte. Libri, incontri d'autore,
narrazioni, coordinata e curata
da Davide Speranza da un concept di Alfonso Amendola, venerdì scorso
è stata la volta del volume Il giorno che diventammo umani, di Paolo Zardi (Neo Edizioni). Sono intervenuti con
l'autore, presso la Mediateca MARTE di Cava de' Tirreni, Maria Olmina
D'Arienzo (dirigente del Liceo Scientifico “A. Genoino” di Cava
de' Tirreni), Gemma Criscuoli (pubblicista), Pietro Balzano (lettore
MARTE) e l'attore Niccolò Farina, che ha letto alcuni racconti.
Per Pietro Balzano,
leggere questi racconti è stato davvero come ricevere un pugno nello
stomaco, già a partire dal primo, “Domenica pomeriggio” con il
quale Zardi manifesta fin dall'inizio la crudezza di linguaggio e
immagini che ricorre nel volume, lasciando il lettore senza fiato e
catturandolo con una narrazione coinvolgente. Un libro insolito e
dirompente, dunque, che in definitiva, nonostante l'atmosfera cupa
che lo pervade, si potrebbe considerare un libro d'amore. Il
carattere non comune dell'opera è uno dei suoi punti di forza anche
secondo la professoressa D'Arienzo, che ne ha lodato la perfezione
linguistica e lo stile diretto, privo di orpelli, ma al tempo stesso
curatissimo. Si nota particolarmente l'accuratezza degli accorgimenti
formali: sintesi, essenzialità, realismo, mimesi linguistica: Zardi
si mette davvero nei panni dei protagonisti, per condurre il lettore
attraverso una discesa negli inferi che a ben vedere è la premessa
di una risalita. Alcune storie terminano con un elemento inatteso: è
lo stesso schema delle barzellette, qui adottato per conferire loro
un carattere problematico, come è giusto che sia, quando si trattano
temi fondamentali, come sesso, amore, morte. Sono temi universali,
che in quest'opera
Paolo Zardi, Maria Olmina D'Arienzo e Pietro Balzano (foto: A. Fiore).
vengono affrontati per spiegare che cosa
significhi essere uomini. Il dolore, che pervade tutte le vicende
narrate, è in realtà una forma di difesa, qualcosa di positivo, che
insegna e induce a migliorarsi. La funzione di queste storie si basa
sul rapporto tra pathos e mathos, dolore e
insegnamento. Qual è “il giorno
che diventammo umani”? Forse quello in cui scoprimmo il
senso della comunità, il legame coi nostri simili. È quando ci
accorgiamo dell'esistenza degli altri e dei limiti comuni, che
diventiamo umani. La parola “uomo” viene da humus (terra),
che è anche l'etimo di “umiltà”. Leggendo questi racconti si
avverte una tensione continua, che però conduce all'accettazione
della propria condizione. Sono storie particolari, che ci fanno
sentire parte di una comunità più grande. Ed è proprio
ritrovandoci, riconoscendoci come simili, che possiamo salvarci. La
buona letteratura ha infatti anche un valore soteriologico, e questo
libro lo possiede. Si tratterebbe dunque di una specie di breviario
laico, da leggere e meditare quotidianamente per gestire le proprie
pulsioni intime, le proprie insicurezze. Una sorta di esame di
coscienza impegna gli stessi protagonisti dei venti racconti, i
quali, secondo l'interpretazione di Gemma Criscuoli, declinano il
concetto di redde rationem:
tutti i protagonisti si ritrovano infatti a dover fare i conti con
ricordi, rimpianti, persistenze emotive. È un passaggio doloroso ma
necessario, affinché anche una vita contraddittoria recuperi il suo
peso. Zardi ha indagato l'aspetto straniante dell'ordinario, che in
queste pagine non riesce a bastare a se stesso in quanto risente di
una dissonanza sia pure confinata sullo sfondo, di un vuoto che si
tenta di colmare abbandonandosi alle proprie pulsioni. Non dissimile
appare la conclusione del dibattito, affidata allo stesso
autore: «Ho cercato di
rappresentare la tensione tra la spinta vitale, da un lato, e la
presenza costante della morte e del dolore, dall'altro. In genere,
nell'arco della vita non si trovano soluzioni, ma ciò non ne
compromette il valore: nel bene e nel male, è pur sempre l'unica
ricchezza che abbiamo.
Gemma Criscuoli e Paolo Zardi (foto: A. Fiore).
Nella scena finale del film The Elephant
Man di David Lynch, il protagonista lancia il suo grido di dolore
: «Sono un essere umano!».
Questo grido di dolore è anche il filo conduttore dell'opera: è il
grido disperato di chi si sente inadeguato alle proprie aspettative o
a quelle altrui, e ciononostante rivendica la propria umanità,
l'unico bene che si possiede veramente. L'uomo diventa tale nel
momento in cui diviene cosciente dell'esistenza e della dicotomia tra
bene e male. Quando i progenitori vengono cacciati dal paradiso
terrestre (è il tema de “Il giardino dell'Eden”), nasce questa
consapevolezza, ma nasce anche l'amore, come unica risposta alla
morte.» Si lascia quindi intravedere una via d'uscita, una reazione
al male di esistere fondata sulla capacità di attribuire valore alle
cose, perfino a momenti apparentemente insignificanti, che può
essere esemplificata dall'esito dell'ultimo racconto, un flusso di
coscienza ininterrotto, che culmina nella frase finale: «Rido,
perché se la vita fa schifo, stasera ha fatto un'eccezione».
[Pubblicato
su Le
Cronache del salernitano,
7 marzo 2014, p. 10.]
«Ricreare
possibilità di trasformazione e adattamento dello spazio rimanendo,
nonostante tutto, nella “normalità”»
è
l’obiettivo da perseguire nella progettazione dell'arredamento, in
modo da valorizzare le esigenze del comfort richieste dai suoi
fruitori. Se ne parleràquesta sera alle 18, presso Linee Contemporanee, in via Parmenide n°39 a Salerno,
nel corso dell’evento
“Tecno: L'eleganza discreta della Tecnica” una
conversazione, moderata da Francesca Blasi, tra passato, presente e
futuro con Giuliano Mosconi (AD Tecno Spa) e l'Arch. Raffaele
D'Andria, già
responsabile tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di
Salerno, Avellino, Benevento, Caserta, attraverso la quale saranno
ripercorsi i sessant'anni di storia di una delle realtà più
prestigiose nel settore del design del mobile. La Tecno, che si
definisce “azienda di progetto più che di prodotto”, predilige
da sempre un approccio fondato sull'aspetto inventivo, che si
esplicita in arredi realizzati attraverso avanzate procedure
sperimentali di derivazione artigianale. Partendo da tali premesse,
la sua progettualità ha raggiunto un elevato livello di affinamento,
pervenendo alla definizione di prodotti che coniugano la sintesi
della linea con la cura del dettaglio, la leggerezza con l'elevata
resistenza; l'estetica essenziale con l'adattabilità al contesto.
Faranno
da cornice al dibattito alcuni arredi originali realizzati dalla
Tecno a partire dal 1953, unitamente ai recenti sistemi ufficio
progettati degli architetti Norman Foster e Jean Nouvel, in un
suggestivo allestimento che li porrà in dialogo con le opere del
Maestro Arturo Casanova. Un accostamento non casuale, trattandosi di
un artista attento a coniugare la propria libertà espressiva con la
libertà interpretativa altrui, il quale «abbattendo
le barriere tra le discipline, affronta ogni creazione facendo di
essa la miscellanea perfetta tra pittura, scultura, video arte,
installazione e perché no… design» (Luca
Cantore D’Amore).
L’evento
è patrocinato dall’ADI (Associazione per il Disegno Industriale,
Delegazione Campania), dall’Ordine degli Architetti della Provincia
di Salerno e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di
Salerno.
[Pubblicato
su Le
Cronache del salernitano,
21 febbraio 2013, p. 9.]
Questa
sera, a Cava
de’ Tirreni,
presso la sede del Social Tennis Club, avrà luogo un evento dedicato alla solidarietà, con lo
spettacolo Traccia
di mamma: Chi aiuta un bambino aiuta il mondo,
scritto, diretto e interpretato da Antonello
De Rosa e liberamente tratto da Mamma: piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello (1956-1986). L'incasso
sarà interamente devoluto all’associazione OASI – ONLUS di
Nocera Inferiore, impegnata nell'assistenza
e nella promozione della ricerca nel campo dell'ematologia e
dell'oncologia in età pediatrica.
Abbiamo chiesto all'attore-regista salernitano di parlarci
dell'allestimento e dell'iniziativa a esso collegata.
Nel
corso della sua carriera artistica si è già occupato di
solidarietà?
«Da
circa quattordici anni sono responsabile per la teatroterapia presso
l'UILDM (Unione Italiana per la Lotta alla Distrofia Muscolare).
Inevitabilmente ho sviluppato una forte sensibilità verso le
problematiche inerenti la salute. L'incontro con l'OASI onlus è
stato casuale. Ho visitato il Centro di
oncoematologia pediatrica
dell'ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, con il quale
l'associazione collabora,
e sono rimasto profondamente colpito dalla realtà in cui operano. Mi
son detto: «Davvero siamo incapaci di fare qualcosa?» e ho deciso
di sposare la loro causa, mettendo a loro disposizione la mia
professionalità per allestire spettacoli il cui ricavato sia
interamente impiegato per le finalità dell'associazione. Ciò
implica l'individuazione di spazi, risorse e figure professionali che
si rendano disponibili a titolo gratuito. Sotto questo aspetto ho
potuto contare sulla loro collaborazione, fondamentale per la
realizzazione di questo progetto e soprattutto per assicurarne la
riproposizione.»
Salta
all'occhio l'analogia fra la sua esperienza con i disabili e quella
di Francesco Silvestri, un attore e drammaturgo la cui carriera
teatrale iniziò con l'animazione in carceri e strutture dedicate ai
diversamente abili, il quale tra l'altro ebbe modo di collaborare
proprio con Ruccello.
«Non
si tratta dell'unico tratto comune: fra me e Silvestri, al quale sono
legato da grande amicizia, è avvenuto un vero e proprio passaggio di
consegne, prima quando propose di affidarmi la rappresentazione di Episcopus di P. Puppa con la regia di Pasquale De Cristofaro,
dopo averlo portato a un successo consolidato attraverso numerose
repliche, e poi quando interpretai il ruolo principale nel suo Fratellini.»
In
che modo lo spettacolo si collega alle tematiche poste in luce da
questa iniziativa, dedicata ai piccoli degenti?
«Innanzitutto
si tratta di uno spettacolo ben collaudato, che mi vede impegnato da
circa vent'anni. Per quattro o cinque anni ho interpretato
l'originale di Ruccello, inizialmente con tre attrici e in seguito da
solo. “Mamma” si compone infatti di quattro monologhi,
pronunciati da altrettanti personaggi: la
mamma che racconta le fiabe, la mamma che impazzisce perché chiusa
in un manicomio, la mamma sempre attaccata al telefono, che confonde
la sua vita quotidiana con le telenovelas che vede in tv, e infine la
mamma timorata di Dio, che non accetta la gravidanza della figlia
ancora non sposata e in giovane età. A un certo punto ho deciso di
trarne una storia incentrata su un unico personaggio, basato su
quello della madre rinchiusa in manicomio e su quello della madre
bigotta. Nel compiere questa operazione, ho attinto molto dalla mia
esperienza di teatroterapia nei centri di igiene mentale e in altri
luoghi nei quali si entra in contatto con una sofferenza che ho
preferito rappresentare indirettamente, veicolandola attraverso la
messa in scena. Il disagio del quale sono stato testimone deriva
anche da situazioni che coinvolgono i minori. Prima di venire a
contatto con la realtà nella quale opera l'Oasi, ho operato presso
strutture che accolgono minori a rischio e nell'ambito di
quell'esperienza mi sono imbattuto in una ragazzina scacciata dalla
famiglia a causa di una gravidanza: era un caso di infanzia bruciata,
una persona poco più che adolescente, resa precocemente adulta dalle
terribili circostanze nelle quali si era trovata, che, forse, proprio
in virtù di ciò, si sforzava di andare avanti e tenere il bambino. L'analogia col dramma del personaggio che interpreto è evidente.
Sullo sfondo si intravede quello stesso velo di ipocrisia che riesce
persino a offuscare la sfera affettiva. Nella realtà, come nella
finzione, si ha a che fare con una manifesta incapacità di essere
madre, che si ripercuote sulla figlia. Nello spettacolo, il
delirio della madre folle e bigotta si spinge fino alla blasfemia,
all'identificazione con la Madonna, della quale crede di essere la
reincarnazione. Dialogando con la statua della Vergine, la madre per
eccellenza, le affida l'anima perduta della figlia, nella
consapevolezza di non essere riuscita a salvarla, avendone anzi
determinato il suicidio.»
Traccia
di Mamma è dunque un titolo doppiamente evocativo.
«Direi
di sì, sia in quanto riferito al materiale di partenza sia quale
sintesi di personaggi e situazioni comuni e tuttavia emblematici. La
funzione del teatro è infatti non quella educativa, ma piuttosto
quella rieducativa: deve mirare al recupero dei valori.»
Interpretare
personaggi femminili richiede abilità non comuni, a meno che non lo
si intenda, riduttivamente, come recitazione en
travesti.
Qual è il fascino di questa sfida?
«Come
mi disse una volta Francesco Silvestri, per interpretare un
personaggio femminile non basta “fare la donna”: bisogna
“esserlo”. La figura dell'attore ha infatti una connotazione
dionisiaca. L'attore è come gli angeli, è asessuato, e in quanto
tale è in grado di trascendere la propria natura. I personaggi
femminili sono resi interessanti dalla loro psicologia, più
complessa di quella maschile. Inoltre mi affascina la comunanza fra
la donna e la figura dell'attore, entrambe capaci, ciascuna a suo
modo, di generare, di dar vita a altri esseri umani o a personaggi.»
[Pubblicato
su Le
Cronache del salernitano,
30 gennaio 2014, p. 16.]
Nell'ambito
delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, sabato scorso si è
tenuto a Salerno, nell'ex chiesa di Santa Apollonia, un incontro
organizzato dall'Associazione Studio Apollonia, in collaborazione con
ANED IT, Associazione Daltrocanto, Bottega San Lazzaro, Museo dello Sbarco e Salerno Capitale, Fornace Falcone, Senza Periferie e Arcigay Salerno. La manifestazione era articolata in tre momenti: “Oltre il
Silenzio”, un contenitore di riflessioni, intervallate con musica e
canti della Compagnia Daltrocanto. Ha suscitato viva emozione
l'intervento di Ernesto Scelza, che, accompagnato alla chitarra da
Antonio
Giordano
della Compagnia Daltrocanto, ha letto una sua composizione intitolata
“Il secolo guasto / Un canto sommesso”, scritta
per l'occasione. La presentazione del volume di Grazia Di VeroliLa scala della Morte. Mario Limetani da Venezia a Roma, via Mauthausen è stato l'evento centrale della serata; alcuni brani dell'opera sono
stati letti da Pasquale De Cristofaro. Il programma si è concluso
con un’azione performativa che ha coinvolto tutti i presenti, i
quali sono stati invitati a abbattere, un mattone dopo l'altro, un
simbolico “muro della vergogna”, al quale si contrapponeva un
candido “muro d'amore”, sul quale una allieva della Scuola
Elementare “Arbostella” ha scritto parole di speranza.
Pubblicato
da Marlin Editore in concomitanza col 70° anniversario della
deportazione romana del 4 gennaio, il volume di Grazia Di Veroli
narra la storia di Mario Limentani, nato nel 1923 a Venezia e
trasferitosi con la famiglia a Roma, deportato a Mauthausen nel
dicembre del 1943, in seguito a un rastrellamento, essendo stato
riconosciuto come ebreo. Il protagonista di quest'opera si trova di
colpo dalla parte delle vittime, prima perché colpito dalle leggi
razziali e poi a causa della deportazione, fino aapprodare nella
dimensione disumana e spersonalizzante del lager, che per moltissimi
fu l'anticamera della morte. Secondo
l'autrice, l'oltraggio delle tre teste di maiale, che ha colpito la
comunità ebraica di Roma rende molto più pesante il clima di queste
celebrazioni per la Giornata della memoria. Il libro su Mario
Limentani si deve all'impegno del protagonista a trasmettere la
propria esperienza alle nuove generazioni, proprio allo scopo di
evitare certe pericolose ricadute. Nel suo racconto sono esposte le
dolorose vicende che caratterizzarono circa un anno e mezzo di
prigionia, senza tuttavia ricorrere mai a espressioni di rancore né
indugiare in dettagli particolarmente crudi. Scorre così, mediato da
un romanesco semplice e diretto, il racconto di fatti che,
riconsiderati nella loro intera portata, rasentano l'indicibile: le
percosse, l’espropriazione di tutti i beni, la moltitudine delle
lingue parlate nel campo, la fame e, soprattutto, il ricordo
indelebile del lavoro forzato nella cava, con la famigerata “scala
della morte”: 186 gradini ripidi e scivolosi da salire e scendere
continuamente per almeno dodici ore al giorno, con un masso di
granito sulle spalle; una pena da poema dantesco, resa concreta dalla
ferocia sadica delle SS. Molti internati perdevano la vita in quel
luogo, per sfinimento o precipitando nel burrone sottostante. A tali
orrori fa da contraltare l'invito
alla speranza che traspare dall'epilogo di questa storia, col ritorno
alla normalità e la formazione di una nuova famiglia. Secondo
Alfonso
Conte, la
validità delle testimonianze di quegli avvenimenti è
incontrovertibile, dunque non è necessario perdere tempo a
contestare le tesi negazioniste, ormai palesemente infondate. Va
piuttosto coltivata, attraverso la valorizzazione di questo
patrimonio, l'attenzione per gli ultimi, la capacità di soffermarsi
anche sugli aspetti più semplici della quotidianità. In poche
parole, bisogna evitare che le necessità e le angosce ignorate, come
è già successo, determinino nella società la predisposizione a
cercare pericolose scappatoie nell'individuazione di capri espiatori
e nell'instaurazione di regimi liberticidi.
[Pubblicato su Le Cronache del
salernitano, 14 gennaio 2014, p. 17.]
Stasera al Teatro municipale Giuseppe
Verdi di Salerno andrà in scena L'opera da tre soldi di
Bertold Brecht, con le musiche di Kurt Weill. L'allestimento è nato
da un'idea di Elena Scardino
e Franco Alfano, al quale abbiamo chiesto di illustrarci i dettagli
del progetto.
Questo allestimento dell'Opera
da tre soldi è il punto d'arrivo del laboratorio Il
teatro degli attori, organizzato dall'associazione Mumble
Rumble. Con quali finalità?
Si
tratta di un progetto realizzato dall'Arci Mumble Rumble Teatro
Comico Salernitano, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura
del Comune di Salerno, con l'obiettivo di coinvolgere attori già
noti ed esordienti in un'esperienza comune, in modo da valorizzare le
potenzialità artistiche della comunità cittadina e favorire la
scoperta di nuovi talenti. Da questo punto di vista, anche la
rassegna presentata la scorsa estate al teatro Ghirelli, che ha
riscosso un buon successo di pubblico e di critica, ha dato buoni
frutti,in quanto ha permesso di selezionare alcuni giovani
promettenti. La proposizione dell'Opera
da tre soldi costituisce
una fase ulteriore del cammino intrapreso, che si rende necessaria,
visti i risultati precedenti e tenendo presente che l'utilizzo del
Massimo cittadino per iniziative di questo genere risale ormai a una
ventina d'anni fa.
La locandina dello
spettacolo, disegnata
da Bruno Brindisi.
Quali motivazioni hanno determinato
la scelta di Brecht?
Indubbiamente le tematiche trattate da
Brecht, e in particolare quelle dell'opera che ci accingiamo a
rappresentare, risultano ancora attuali. L'impressionante analogia
tra criminalità e mondo della finanza è sotto gli occhi di tutti,
così come la diffusa ipocrisia che pervade la società
contemporanea. Si potrebbe dire che i mali denunciati dal Nostro
autore, non solo sussistono, ma si sono addirittura accentuati.
Rappresentare Brecht comporta
l'adesione al concetto di “teatro epico”, basato sull'effetto di
straniamento, che permette allo spettatore di non immedesimarsi nei
personaggi e di evitare di sentirsi coinvolto nella vicenda, in modo
da favorirne l'atteggiamento critico nei confronti dei temi trattati.
La scelta di innovare l'apparato
didattico predisposto dal drammaturgo tedesco (i famosi
cartelli che commentavano l'azione) è dettata dal semplice intento
di introdurre delle novità o è finalizzata a potenziarne
l'efficacia?
Abbiamo deciso di veicolare il
messaggio brechtiano servendoci di alcuni linguaggi propri dei media
contemporanei, come il fumetto (i disegni di Bruno Brindisi) e la
grafica (le “visioni di sabbia” di Licio Esposito), così come i
riferimenti al cinema di Tarantino, allo scopo di rendere quest'opera
più attraente e interessante. Sotto questo aspetto, riteniamo di
aver rispettato, se non la lettera del testo, le reali intenzioni
dell'autore. Naturalmente abbiamo operato anche dei tagli per rendere
la rappresentazione più recepibile. D'altronde al giorno d'oggi si
ricorre spesso a questo accorgimento, anche quando si rappresenta
Shakespeare.
Al di là delle analogie tematiche e
stilistiche fra il Cinema di Tarantino e il teatro brechtiano e
dell'esigenza di proporre un classico del teatro novecentesco con un
taglio contemporaneo, ritiene che tale scelta sia anche funzionale
all'effetto di straniamento?
Certamente. Nel cinema di Tarantino,
per certi versi simile al teatro brechtiano nell'ambientazione e nei
repentini cambi di registro, da quello drammatico a quello comico, si
respira un'atmosfera indefinita, almeno dal punto di vista temporale.
Anche il modo in cui agiscono i personaggi sembra a volte poco
aderente alla realtà. In definitiva, l'accostamento con Tarantino
completa efficacemente l'insieme degli accorgimenti che intendiamo
porre in atto per avvicinare i giovani al teatro e al mondo della
cultura, in quanto corrisponde ai loro canoni estetici abituali.
Le visioni di sabbia di Licio Esposito in un recente spettacolo con Ciro Girardi.