venerdì 11 dicembre 2015

Il Coro Casella illumina le festività natalizie

di Aristide Fiore

[Pubblicato su Le Cronache, 10 dicembre 2015, p. 31.]
Il Coro Polifonico Casella al Teatro Novelli
di Rimini dopo la premiazione

(foto di Carlo Muzzillo).
Dopo la partecipazione al Concorso corale internazionale Città di Rimini, in occasione del quale si è classificato al terzo posto nella categoria "Cori misti", il Coro Polifonico Casella di Salerno torna a esibirsi sabato alle 20.00 nella propria città, presso la chiesa della Madonna del Carmine. L'organico diretto dal M. Caterina Squillace annovera, tra i soprani, Giovanna Annunziato, Concetta Blandino, Maria Brucale, Patrizia De Mascellis, Mena Iacobelli, Daniela Natella, e tra i contralti Luisa De Ferrante, Daniela Delvecchio, Anna Maria Gammaldi, Rossana Graziano, Anna Maria Muzzillo, Anna Pellegrino. Tra le voci maschili i tenori Michele Buonocore, Vincenzo Caroniti, Vincenzo Nicastro e i bassi Antonello Amato, Damiano Durante, Aristide Fiore, Riccardo Gammaldi, Piero Sacco, Eugenio Vicinanza.
La parte iniziale del concerto è dedicata alla musica sacra. Si comincia con due composizioni contemporanee. All'Ave Maria di Giancarlo Aquilanti (2000), un canto a cappella dalla tessitura armonica vivida e ricca apre la strada alla suggestiva atmosfera dell'Ave Maria, in latino, di Roberto Padoin. Segue il Salve Regina di Antonio Lotti, un autore del XVII secolo, la cui opera è considerata come parte della transizione fra la musica barocca e quella classica.
Con Le chant des oyseaux di Clément Janequin (ca 1485-1558), in cui le voci riproducono i versi degli uccelli in un bosco mediante un complesso intreccio di suoni onomatopeici, si passa alla polifonia rinascimentale, dopodiché si ritorna al repertorio contemporaneo, ma gradualmente, attraverso l'incontro delle sonorità di Claude Debussy (1862-1918) con la poesia tardo medievale in Dieu! Qu'il la fait bon regarder, adattamento corale di una delle Tre canzoni di Carlo di Valois, duca d'Orleans (1394-1465), nella quale si loda la bellezza di una donna. Il rovescio della medaglia, ovvero la vanità delle seduzioni del mondo, è invece il tema di Daemon irrepit callidus (1997) del rumeno Giyorgy Orban, un canto goliardico a cappella dal ritmo incalzante. La contemplazione della natura e il sollievo che ne deriva è il tema de L'Ora di Barga (1999) di Lorenzo Donati, che ha musicato l'omonima poesia compresa nei Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli.
La seconda parte del programma prevede un'immersione nel clima natalizio, introdotta da Regina coelorum di Marco Ferretti, un'eterea composizione contemporanea che privilegia i timbri più chiari.
Seguono due canti che celebrano il mistero dell'incarnazione del Verbo e rievocano la nascita di Gesù: Pastores dicite, un mottetto natalizio dello spagnolo Cristóbal de Morales (ca 1500-1553), rappresentativo della polifonia sacra spagnola del Cinquecento, strettamente legata a quella romana della stessa epoca, e O magnum mysterium (2000) di César Alejandro Carrillo. Il messaggio evangelico è rappresentato dal mottetto If Ye love me di Thomas Tallis (ca 1505-1585), basato sul testo di Giovanni, capitolo 14, versetti 15-17: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, e Lui vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità...".
Infine, tre canti tradizionali del mondo anglosassone: God rest You merry, Gentlmen, nella versione corale di David Willcocks, Ding Dong! Merrily on high - testo di George Ratcliffe Woodward (1848-1934) e musica di Charles Wood (1866-1926) -, e Ring Christmas bells di Mykola Leontovich (1877-1921).

venerdì 27 giugno 2014

Il Coro Casella incontra la città


Il Coro Casella col suo direttore.
di Aristide Fiore

[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 27 giugno 2014, p. 8.]
Prima di intraprendere una tournée in Normandia per partecipare al festival internazionale "Voix et Chemins", il Coro polifonico Casella, diretto dal Maestro Caterina Squillace, saluterà la città esibendosi alle 20:00 di domani sera nella Chiesa di Santa Lucia de Giudaica.
L'ensemble salernitano, il cui repertorio comprende la musica polifonica a cappella dal '500 ai compositori contemporanei, è nato nel 1984 e ha intrapreso fin dall'inizio una intensa attività artistica, che annovera la partecipazione a concorsi nazionali e internazionali quali la XIX edizione del Concorso Internazionale di Canto Corale “Praga Cantat” (Praga, 2005), in occasione della quale ha ottenuto la Medaglia d’oro. Il suo impegno nella divulgazione e diffusione della musica si esplicita nella promozione di stages e importanti eventi, come la collaborazione con la “Nuova Orchestra Scarlatti” di Napoli per la manifestazione “TuttinCoro”, tenutasi nel 2006 presso l’Auditorium della RAI di Napoli. Dal 1994 organizza, con cadenza biennale, la Rassegna Internazionale di Cori Polifonici "Cantare Amantis Est", che è caratterizzata dalla ricca varietà di generi musicali, dalla musica polifonica antica a quella di più recente composizione, dal jazz al folk, dal gregoriano al gospel, dalla musica barocca al pop e deve il suo successo, oltre all'attenta selezione dei partecipanti, anche all'ambientazione in luoghi solitamente non accessibili, offrendo un'occasione per riscoprire alcuni tesori storico-artistici della nostra città. Il direttore del coro, Caterina Squillace, è stata premiata come “Miglior Direttore” al IV Concorso Corale Nazionale “Città di Porto Empedocle” e ha ottenuto una menzione speciale della giuria per la “migliore direzione del brano d’obbligo” al XIX Concorso Internazionale “Praga Cantat” tenutosi a Praga (Repubblica Ceca). Dirige il Coro Polifonico “Casella” di Salerno dal 1990.
La prima parte del concerto sarà dedicata al repertorio sacro e inizierà con un mottetto in latino di un autore anonimo del XIII secolo, “Alle psallite cum luya”, inserito nel “Codice di Montpellier” e di presumibili origini francesi. Si passerà poi a due brani di Antonio Lotti, autore del XVII secolo, la cui opera è considerata come parte della transizione fra la musica barocca della sua epoca e quella classica, che iniziava ad emergere: “Regina Coeli” e “Salve Regina”. Successivamente saranno eseguiti brani di musica contemporanea: “Regina Coelorum” di Marco Ferretti, “Ave Maria” di Roberto Padoin, “O Bone Jesu” e “Lux aeterna” di Fernando Moruja, autore argentino prematuramente scomparso, e infine “Alma Redemptoris Mater” di Orlando Dipiazza.

La seconda parte del concerto sarà introdotta dal più antico controcanto conosciuto, “Sumer is icumen in”, composto nel XIII secolo, in Inghilterra, da autore anonimo. Il gioioso saluto all’inizio della bella stagione continuerà con la prima delle due chansons di Clément Janequin comprese nel programma: “Le Chant des oyseaux”, in cui le voci riprodurranno il canto ed i versi degli uccelli in un bosco. Seguirà il madrigale “Io v’amo vita mia” di Vittoria Aleotti, clavicembalista e monaca: una delle poche donne che nel Rinascimento si avvicinarono alla composizione musicale. Successivamente sarà la volta della seconda chanson di Janequin, “La Guerre”, composta nel 1515 per celebrare la vittoria della Francia sulla Svizzera nella battaglia di Marignano; in essa l’uso delle onomatopee riproduce efficacemente il clangore delle armi, il fragore delle bombarde e dei cannoni. L’atmosfera cambierà completamente con “Frammenti Amorosi”, una composizione per coro a tre voci femminili, liberamente tratta dai “Fragments d’un discours amoureaux” di Roland Barthes, nella quale si sublimano i sentimenti dell’"Assenza” e dell’"Attesa” dell’amato e si ama l’Amore più dell’amato; testo di Giuseppe Calliari e musica di Sandro Filippi. Sarà poi eseguito “Clic clac, dansez sabots” per coro a voci virili di Francis Jean Marcel Poulenc, brano scherzoso e umoristico che evoca una scena di vita quotidiana della Francia degli inizi del XX secolo. Il concerto si concluderà con “Vecchie letrose” di Adrian Willaert, autore fiammingo fra i più versatili compositori del Rinascimento, in cui viene rappresentato un litigio fra popolane della Napoli del tempo, le cui grida rimandano al latrato di un cane.

giovedì 29 maggio 2014

Musica da camera: otto giorni a Sant'Apollonia

Di Aristide Fiore
Franco Massimo Lanocita, Anna Bellagamba, Olga Chieffi,
Giuseppe Natella (foto: A. Fiore).
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 29 maggio 2014, p. 13.]
Il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno - Dipartimento di Musica d’Insieme e l’Associazione Bottega San Lazzaro hanno presentato ieri, presso il salone del Gonfalone di Palazzo di Città, il I festival di Musica da Camera Sant’Apollonia, che si terrà a Salerno dall'1 all'8 giugno 2014. La rassegna, nata dalla sinergia tra il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno, tramite il Dipartimento di Musica d’Insieme e l’Associazione Bottega San Lazzaro, è inserita nella kermesse Salerno Porte Aperte e avrà luogo nella Chiesa di Santa Apollonia, chiudendo in bellezza il primo anno di attività dello Studio Apollonia.
A illustrare il programma, che vedrà impegnati gli allievi del nostro conservatorio dal I all’8 giugno, ogni sera alle ore 20, il vice-presidente Franco Massimo Lanocita, il professore Giuseppe Natella, responsabile della Bottega San Lazzaro, e le docenti del “G.Martucci” Francesca Taviani, presidente del suddetto dipartimento, e Anna Bellagamba, referente del settore disciplinare Musica da Camera, ideatrici del progetto.
La rassegna si articolerà in otto serate a tema, che vedranno protagonisti i giovani allievi dei corsi di Musica d’insieme e da camera del Conservatorio. I programmi, che spaziano dall’Ottocento all’Avanguardia, coinvolgeranno più di quaranta studenti in diverse formazioni strumentali e vocali.
Il concerto inaugurale del 1 giugno, intitolato “Attraverso l’Europa”, ripercorrerà alcuni aspeti particolarmente significativi della geografia musicale del continente: la Germania con il Trio op.11 in Sib Magg. per pianoforte clarinetto e fagotto di Beethoven; la Francia con la sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César Franck, nella trascrizione per flauto; e, per finire, la Russia con il Trio Pathétique di Mikhail Glinka. Il 2 giugno, la serata sarà dedicata alla “Poesia per musica”: i versi di Heine, Ruckert, Goethe, Verlaine, Puskin si ritroveranno nelle melodie di Schumann, Schubert, Faurè, Debussy, Rachmaninov, con una incursione nella romanza da salotto di Tosti e le miniature di Donizetti, Rossini e Verdi.
Francesca Taviani
e Anna Bellagamba
(foto: A. Fiore).
Salerno vanta la nascita della scuola italiana di sassofono: la prima cattedra dedicata a questo strumento è stata istituita nel suo conservatorio. L’appuntamento del 3 giugno vede, quindi, protagonista questo strumento, che, sin dalla sua nascita, ha indovinato la fisionomia espressiva e eclettica del secolo breve, qui impegnato in formazione “quattro più due” in una trascrizione dei “Quadri di un’esposizione” di Modest Musorgskij, già affidati al sax alto nel movimento intitolato “Il vecchio castello” della famosa versione orchestrale di Maurice Ravel. La stessa formazione eseguirà la Suite Hellénique di Pedro Iturralde. “Insolite combinazioni” è il titolo del concerto del 4 giugno, in cui violino e chitarra s’incontreranno nella sonata in Mi bemolle HWV 375 di Haendel, per chiudere con il Trio in do minore op.66 di Felix Mendelssohn. La musica per “Archi e pianoforte” verrà invece omaggiata il 5 giugno, con lo splendido movimento di quartetto con piano di Mahler, opera incompiuta che risale all'infanzia del musicista, citata esplicitamente nel thriller psicologico "Shutter Island" di Martin Scorsese. Completerà il programma il “Forellen-Quintett” in La D667 di Franz Schubert. Il 6 giugno “Fiato alle trombe!”: saranno di scena i brillanti ottoni del brass ensemble del Martucci, introdotti però dai virtuosismi di due flauti che s’inseguiranno sui temi verdiani della Rigoletto-Fantaisie di Franz e Karl Doppler. Da Manouvrier al Capriccio di Musorsgkij si passerà quindi a una pagina contemporanea di Edgar F Girtain IV: “Images of Chaiten”; per concludere, una delle più amate marce di John Philip Sousa: “Washington Post March”. Ben due fiabe in musica prenderanno vita in Sant’Apollonia il 7 giugno. La prima sarà “La boìte à joujoux”, di Claude Debussy, un balletto destinato all'infanzia, ma come spettacolo di marionette. Un quartetto di sassofoni con voce recitante eseguirà invece "Pierino e il lupo" di Sergej Prokofiev. La serata conclusiva di questo piccolo festival, prevista per l’8 giugno, ha per tema “Verso il futuro”: uno sguardo in planata, che parte dal Quartetto op. 22 di Anton Webern, in cui la scelta dell’organico si avvicina al gusto jazzistico, passando per i doppi suoni e gli armonici del III Arabesque di Ichiro Nodaira per sassofono, la combinazione timbrica del flauto e del clarinetto del Choro n°2 di Heitor Villa Lobos, la musica marina per due sax alti di Christian Lauba in Adria, un omaggio al Mar Adriatico dedicato a Federico Mondelci, e salutare il pubblico con la Suite Bourgeoise di Malcolm Arnold.
Come sottolineato da Anna Bellagamba, il conservatorio è sia una scuola di musica sia un centro di produzione. La didattica è interconnessa con la produzione al fine di realizzare pienamente l'aspetto comunicativo del fare musica. Il Dipartimento di Musica d’insieme, fiore all'occhiello del Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci di Salerno, da molti anni infatti imposta tutta la propria attività didattica intorno a progetti di produzione artistica. Ai saggi e ai concerti organizzati all'interno del Conservatorio si affiancano iniziative che portano gli studenti all'esterno dell'Istituzione e della città di Salerno, dando loro la possibilità di suonare in diversi contesti e ambienti.
Il Festival di Musica da Camera Santa Apollonia nasce con l’intento di diventare un’occasione d’incontro fra la città e i suoi giovani musicisti. Secondo l'auspicio del vicepresidente Lanocita, la riuscita quest'ulteriore iniziativa, aggiungendosi all'ampio consenso già riscosso in seguito a analoghe proposte, potrebbe indicare che i tempi siano maturi per la fondazione dell'Associazione "Amici del Conservatorio", mediante la quale creare i presupposti per ampliare l'offerta culturale in un territorio così ricco di talenti come la provincia di Salerno e al tempo stesso fornire nuove opportunità di sviluppo a un laboratorio sempre più capace di incanalare energie creative provenienti dalle più diverse esperienze.

venerdì 9 maggio 2014

La luna di guerra di Erri De Luca

di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 1 maggio 2014, p. 11.]
Locandina della manifestazione.
La Napoli dell'estate 1943, martellata dai bombaramenti alleati e poi insorta, nelle famose Quattro giornate, per cacciare gli occupanti tedeschi, rivive in “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca, lo spettacolo teatrale a cura del LaB-laboratorio Teatro degli Attori, con Ciro Girardi, Tonino di Falco, Rosaria Vitolo, Adriana Fiorillo, Gigi Vernieri, Aldo Arrigo, Salvatore Paolella, Claudio Collano, Biancarosa Di Ruocco e la regia di Franco Alfano, andato in scena lunedì nel complesso di Santa Sofia, nell'ambito della manifestazione “Resistenze”: un programma di eventi culturali dedicato ai temi concernenti il venticinque aprile e il primo maggio, con il quale si intende delineare un ideale collegamento tra le due festività civili, incentrato sul rapporto tra arte e impegno sociale.
Un gruppo di persone si incontra ripetutamente in un rifugio antiaereo, sotto i bombardamenti alleati, accomunati forse solo dalla paura che cercano di scacciare come possono: pregando, declamando vani proclami roboanti ai quali a poco a poco si finisce col non credere più, immaginando di ottenere futili vantaggi dalla situazione anomala o abbandonandosi a fantasie innocenti.

L'evoluzione del conflitto, l'orrore per le morti e le distruzioni, le speranze illusorie: tutta la storia di quei giorni terribili attraversa quel piccolo spazio. Una scena completamente spoglia, un fondo nero uniforme rende quasi palpabile il buio che avvolge uomini e donne costretti a vivere come topi. A ogni cambio di scena si popola di immagini e suoni scelti da Elena Scardino, che amplificano il senso immane della tragedia rievocato dai racconti dei personaggi. Alla fine anche Roma viene bombardata e il fascismo cade. Sembrerebbero buone notizie: la guerra potrebbe terminare. Quel primo, illusorio entusiamo lascia però subito il posto allo sgomento: si tratta solo di «altri morti nostri». Gli americani, nel frattempo, sono sbarcati a Salerno e stanno avanzando verso nord, ma indugiano a attaccare Napoli, sperando in un'imminente ritirata dei tedeschi da una città indifendibile, ormai stremata e in preda ai rastrellamenti. L'angosciosa attesa degli otto occupanti del rifugio, ai quali in seguito si aggiungerà un insorto, pronto come loro all'azione, si risolve nella decisione di ribellarsi. Con lo spuntare della luna nuova di settembre torna una flebile luce, che è già un segno di speranza. Cadono le maschere, le ipocrisie, le false sicurezze; si rivelano tuttavia anche virtù inaspettate e nuove prospettive: esiste un'organizazione che recluta chiunque possa imbracciare un'arma, ma ben presto si unirà a loro un intero popolo, armato di tutto ciò che gli capita a tiro, di quegli oggetti quotidiani resi quanto mai preziosi dalle confische e dalle privazioni della guerra, improvvisamente trasformati in munizioni improprie ma in qualche modo efficaci. Ancora una volta, a complemento dell'azione scenica, scorrono sullo sfondo delle immagini, stavolta tratte dal film Le Quattro giornate di Napoli (1962), diretto da Nanni Loy: i combattimenti nelle strade, la liberazione dei prigionieri nello stadio del Vomero (girata al Vestuti di Salerno, con comparse locali), l'attacco ai carri armati con le moltov e la morte eroica del piccolo Gennarino Capuozzo (medaglia d'oro al valor militare). Certo, riproporre la coralità del film, pur muovendosi palesemente su quel solco, sarebbe stato impossibile, e forse persino inutile. Un valido spunto per la riuscita di questa rappresentazione è stato il voler trasmettere il senso del dramma collettivo, intensificandolo attraverso le storie dei personaggi, la loro umanità.

sabato 15 marzo 2014

L'effetto presenza di Beppe Fiorello

Di Aristide Fiore
Primo piano di Beppe Fiorello.
[Pubblicato su Le Cronache del Salernitano, 15 marzo 2014, p. 12]
Calorosi applausi hanno salutato l'approdo di Penso che un sogno così... al massimo cittadino. In questo spettacolo, scritto da Beppe Fiorello e Vittorio Moroni, e diretto da Giampiero Solari, si ribalta il punto di vista della fiction “Volare”, uno dei successi televisivi dell'attore catanese: la carriera di Domenico Modugno (Mimì) viene ripercorsa stabilendo un parallelo tra la storia del cantautore salentino e quella di un operaio ferroviario catanese, «un ragazzo con due baffi da moschettiere e gli occhi pieni di speranza», a lui straordinariamente somigliante e come lui dotato di talento canoro: il padre di Beppe, che rievoca entrambe le vicende attraverso i suoi ricordi d'infanzia. I vari episodi di vita familiare, alternati con le contemporanee vicissitudini di Modugno, sono scanditi da alcune delle sue canzoni più famose, interpretate da Fiorello con uno stile “più vero del vero”, molto al di là di una semplice imitazione, e quasi tutte accompagnate dal vivo da Daniele Bonaviri, Fabrizio Palma e dall'attore stesso, nell'insolita veste di percussionista. Si parte con le canzoni dialettali, quelle degli esordi, che rivelarono la novità di un repertorio che, attraverso figure di animali e lavoratori, si faceva interprete della realtà preindustriale, destinata, nei decenni successivi, a essere a poco a poco trasformata dal decollo dell'economia. Alcune di esse sembravano fatte apposta per descrivere le situazioni vissute dalla famiglia Fiorello: dai lunghi viaggi in auto, che in realtà coprivano poche decine di chilometri, alle riunioni famigliari, accompagnate da interminabili mangiate condite coi racconti dei commensali, alle feste patronali, monopolizzate da un notabile che aveva fatto fortuna in America, ai personaggi curiosi, sul conto dei quali circolavano strane dicerie. E fu proprio grazie a uno di loro, un presunto lupo mannaro soprannominato “'o lupinaro”, in realtà un innocuo signore basso e grassoccio, timoroso della propria moglie, che il piccolo Beppe entrò in contatto con le canzoni di Modugno. In cambio di un po' d'aiuto, fornito con riluttanza dal bambino intimorito, l'ometto gli regalò la prima cosa che gli capitò sotto mano: un logoro disco a quarantacinque giri con “Nel blu dipinto di blu”, la canzone giusta al momento giusto, per un popolo che si accingeva a spiegare le ali e lanciarsi verso il boom economico. Dai ripetuti ascolti, attraverso i dischi, la radio, la televisione e le interpretazioni di quel padre così somigliante al grande Mimmo, nacque il sogno che ha portato un bimbo incompreso, preso in giro da tutti per la sua riservatezza, a impersonare il cantautore prima in televisione e poi in teatro, fino a raggiungere un “effetto presenza” che ha davvero emozionato il pubblico, come dimostrato dai frequenti applausi “a scena aperta”.

lunedì 10 marzo 2014

La narrazione avvolgente di Paolo Zardi

Di Aristide Fiore
Copertina di "Il giorno che diventammo umani".
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 10 marzo 2014, p. 12]
Al settimo appuntamento della rassegna La versione di Marte. Libri, incontri d'autore, narrazioni, coordinata e curata da Davide Speranza da un concept di Alfonso Amendola, venerdì scorso è stata la volta del volume Il giorno che diventammo umani, di Paolo Zardi (Neo Edizioni). Sono intervenuti con l'autore, presso la Mediateca MARTE di Cava de' Tirreni, Maria Olmina D'Arienzo (dirigente del Liceo Scientifico “A. Genoino” di Cava de' Tirreni), Gemma Criscuoli (pubblicista), Pietro Balzano (lettore MARTE) e l'attore Niccolò Farina, che ha letto alcuni racconti.

Per Pietro Balzano, leggere questi racconti è stato davvero come ricevere un pugno nello stomaco, già a partire dal primo, “Domenica pomeriggio” con il quale Zardi manifesta fin dall'inizio la crudezza di linguaggio e immagini che ricorre nel volume, lasciando il lettore senza fiato e catturandolo con una narrazione coinvolgente. Un libro insolito e dirompente, dunque, che in definitiva, nonostante l'atmosfera cupa che lo pervade, si potrebbe considerare un libro d'amore. Il carattere non comune dell'opera è uno dei suoi punti di forza anche secondo la professoressa D'Arienzo, che ne ha lodato la perfezione linguistica e lo stile diretto, privo di orpelli, ma al tempo stesso curatissimo. Si nota particolarmente l'accuratezza degli accorgimenti formali: sintesi, essenzialità, realismo, mimesi linguistica: Zardi si mette davvero nei panni dei protagonisti, per condurre il lettore attraverso una discesa negli inferi che a ben vedere è la premessa di una risalita. Alcune storie terminano con un elemento inatteso: è lo stesso schema delle barzellette, qui adottato per conferire loro un carattere problematico, come è giusto che sia, quando si trattano temi fondamentali, come sesso, amore, morte. Sono temi universali, che in quest'opera 
Paolo Zardi, Maria Olmina D'Arienzo e Pietro Balzano.
Paolo Zardi, Maria Olmina D'Arienzo
e Pietro Balzano (foto: A. Fiore).
vengono affrontati per spiegare che cosa significhi essere uomini. Il dolore, che pervade tutte le vicende narrate, è in realtà una forma di difesa, qualcosa di positivo, che insegna e induce a migliorarsi. La funzione di queste storie si basa sul rapporto tra pathos e mathos, dolore e insegnamento. Qual è “il giorno che diventammo umani”? Forse quello in cui scoprimmo il senso della comunità, il legame coi nostri simili. È quando ci accorgiamo dell'esistenza degli altri e dei limiti comuni, che diventiamo umani. La parola “uomo” viene da humus (terra), che è anche l'etimo di “umiltà”. Leggendo questi racconti si avverte una tensione continua, che però conduce all'accettazione della propria condizione. Sono storie particolari, che ci fanno sentire parte di una comunità più grande. Ed è proprio ritrovandoci, riconoscendoci come simili, che possiamo salvarci. La buona letteratura ha infatti anche un valore soteriologico, e questo libro lo possiede. Si tratterebbe dunque di una specie di breviario laico, da leggere e meditare quotidianamente per gestire le proprie pulsioni intime, le proprie insicurezze. Una sorta di esame di coscienza impegna gli stessi protagonisti dei venti racconti, i quali, secondo l'interpretazione di Gemma Criscuoli, declinano il concetto di redde rationem: tutti i protagonisti si ritrovano infatti a dover fare i conti con ricordi, rimpianti, persistenze emotive. È un passaggio doloroso ma necessario, affinché anche una vita contraddittoria recuperi il suo peso. Zardi ha indagato l'aspetto straniante dell'ordinario, che in queste pagine non riesce a bastare a se stesso in quanto risente di una dissonanza sia pure confinata sullo sfondo, di un vuoto che si tenta di colmare abbandonandosi alle proprie pulsioni. Non dissimile appare la conclusione del dibattito, affidata allo stesso autore: «Ho cercato di rappresentare la tensione tra la spinta vitale, da un lato, e la presenza costante della morte e del dolore, dall'altro. In genere, nell'arco della vita non si trovano soluzioni, ma ciò non ne compromette il valore: nel bene e nel male, è pur sempre l'unica ricchezza che abbiamo.
Gemma Criscuoli e Paolo Zardi.
Gemma Criscuoli e Paolo Zardi
(foto: A. Fiore).
Nella scena finale del film The Elephant Man di David Lynch, il protagonista lancia il suo grido di dolore : «Sono un essere umano!». Questo grido di dolore è anche il filo conduttore dell'opera: è il grido disperato di chi si sente inadeguato alle proprie aspettative o a quelle altrui, e ciononostante rivendica la propria umanità, l'unico bene che si possiede veramente. L'uomo diventa tale nel momento in cui diviene cosciente dell'esistenza e della dicotomia tra bene e male. Quando i progenitori vengono cacciati dal paradiso terrestre (è il tema de “Il giardino dell'Eden”), nasce questa consapevolezza, ma nasce anche l'amore, come unica risposta alla morte.» Si lascia quindi intravedere una via d'uscita, una reazione al male di esistere fondata sulla capacità di attribuire valore alle cose, perfino a momenti apparentemente insignificanti, che può essere esemplificata dall'esito dell'ultimo racconto, un flusso di coscienza ininterrotto, che culmina nella frase finale: «Rido, perché se la vita fa schifo, stasera ha fatto un'eccezione».

venerdì 7 marzo 2014

L'eleganza discreta della tecnica

Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 7 marzo 2014, p. 10.]
«Ricreare possibilità di trasformazione e adattamento dello spazio rimanendo, nonostante tutto, nella “normalità”» è l’obiettivo da perseguire nella progettazione dell'arredamento, in modo da valorizzare le esigenze del comfort richieste dai suoi fruitori. Se ne parlerà questa sera alle 18, presso Linee Contemporanee, in via Parmenide n°39 a Salerno, nel corso dell’evento “Tecno: L'eleganza discreta della Tecnica” una conversazione, moderata da Francesca Blasi, tra passato, presente e futuro con Giuliano Mosconi (AD Tecno Spa) e l'Arch. Raffaele D'Andria, già responsabile tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento, Caserta, attraverso la quale saranno ripercorsi i sessant'anni di storia di una delle realtà più prestigiose nel settore del design del mobile. La Tecno, che si definisce “azienda di progetto più che di prodotto”, predilige da sempre un approccio fondato sull'aspetto inventivo, che si esplicita in arredi realizzati attraverso avanzate procedure sperimentali di derivazione artigianale. Partendo da tali premesse, la sua progettualità ha raggiunto un elevato livello di affinamento, pervenendo alla definizione di prodotti che coniugano la sintesi della linea con la cura del dettaglio, la leggerezza con l'elevata resistenza; l'estetica essenziale con l'adattabilità al contesto.
Faranno da cornice al dibattito alcuni arredi originali realizzati dalla Tecno a partire dal 1953, unitamente ai recenti sistemi ufficio progettati degli architetti Norman Foster e Jean Nouvel, in un suggestivo allestimento che li porrà in dialogo con le opere del Maestro Arturo Casanova. Un accostamento non casuale, trattandosi di un artista attento a coniugare la propria libertà espressiva con la libertà interpretativa altrui, il quale «abbattendo le barriere tra le discipline, affronta ogni creazione facendo di essa la miscellanea perfetta tra pittura, scultura, video arte, installazione e perché no… design» (Luca Cantore D’Amore).

L’evento è patrocinato dall’ADI (Associazione per il Disegno Industriale, Delegazione Campania), dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Salerno e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Salerno.